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L’editoriale di Giovanni De Mauro
Internazionale 1/17 ottobre 2013

Tra cinquecento anni nei libri di storia non si parlerà della crisi economica europea, del ventennio berlusconiano o delle beghe interne al Partito democratico. Tra cinquecento anni nei libri di storia si parlerà della strage che nel ventunesimo secolo uccise quasi ventimila persone alle porte dell’Europa. Lo ha detto il sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani, aprendo il festival di Internazionale. Non è una tragedia. Non è un dramma. Non è un incidente. È un crimine e definirlo altrimenti è ipocrita. Ventimila morti sono il risultato di scelte politiche che hanno come obiettivo la fortiicazione dei conini europei (costo, solo per l’Italia: un miliardo e 668 milioni di euro di risorse nazionali e comunitarie tra il 2005 e il 2012). Questo apparato di sicurezza, che non distingue tra profughi e migranti in cerca di lavoro, e che non è cambiato malgrado la crisi e il modiicarsi del contesto geopolitico (per esempio i conflitti nei paesi di provenienza), ha come efetto non indesiderato la creazione di quella che alcuni hanno definito  “industria della clandestinità”. I migranti che riescono a sfuggire alla detenzione finiscono in un ingranaggio che li sfrutta, ridotti in condizioni di sostanziale schiavitù, trasformati in manodopera a buon mercato nelle mani delle organizzazioni criminali. Per impedirlo, servirebbero un sindacato e una sinistra che oggi, in Italia e in Europa, non ci sono.
Ma intanto è possibile fare almeno due cose. La prima è un corridoio umanitario per i profughi che cercano di lasciare le zone di guerra in modo che possano chiedere asilo senza doversi imbarcare e rischiare la vita. La seconda è teoricamente ancora più facile: abolire la legge Bossi-Fini (“Un compendio di inciviltà”, l’ha deinita Stefano Rodotà). Basterebbe un semplice voto del parlamento per cancellare una legge sbagliata e dare un segnale minimo di civiltà.

 barbara

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Per quanto possa sembrare incredibile, la politica non è ancora diventata, per gran parte delle persone, oggetto di ripulsa. Le chiamate al voto per le recenti, varie primarie lo dimostrano.
Di sicuro c’è da protestare, di certo c’è da criticare: c’è molto di che sottrarsi e ritirarsi nelle proprie faccende, e che il resto vada al diavolo.
Ma tutto ciò non è sufficiente per allontanare tante persone dalla partecipazione. Anzi. Con tutte le prove di inadeguatezza che la classe politica ha offerto, non è diminuita la voglia di far sentire la propria voce, di dire come si vorrebbe che fosse l’Italia, che fosse l’Europa, che fosse il mondo.
Viene quasi da pensare che peggio vanno le cose e più i cittadini si sentono chiamati in causa.
Ma viene anche da pensare, mi sembra, che esiste un quanto di fiducia in quella politica che si sente tuttavia come propria, come segno di appartenenza, come speranza e come – uso una parola desueta – anelito.
Se l’antipolitica è la reazione a vecchi meccanismi, a disonorevoli camarille, alle solite contrattazioni, ai triti compromessi, non penso che dovremmo guardare all’antipolitica con disprezzo.
Penso che dovremmo farci forza dell’entusiasmo che – pazzesco, ma vero – c’è ancora in giro per il fare politica vera.
L’antipolitica può vincere, certo; ma vincerà solo se la politica vera riuscirà nella titanica impresa di sradicare ogni sentimento di fiducia, ogni volontà di miglioramento, ogni desiderio di giustizia.

 

Barbara Biagini

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L’esperimento del governo Monti è destinato a durare, magari in altre forme?
I partiti saranno capaci di riconquistare autorevolezza agli occhi degli italiani?
L’Italia ha nel suo futuro un ruolo per la politica?

 

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Un governo tecnico si fa carico di scelte – molte delle quali impopolari – che tanti governi politici non hanno saputo, potuto o voluto prendere.
Mutatis mutandis, viene in mente il don Abbondio manzoniano che, sapendo di non poter scansare i bravi che lo aspettano sulla via, accelera il passo per por fine all’ansia.

Mario Monti però non è esattamente un vaso di coccio fra vasi di ferro. E il deficit, la disoccupazione, l’evasione fiscale, la dignità calpestata di un Paese e dei suoi cittadini non sono dei cattivoni che si possa sperare – peraltro inutilmente – di evitare ficcando la testa sottoterra (o nel breviario). Perché i sassi sulla strada si possono anche scalciar via, ma prima o poi uno se li ritrova davanti in forma di montagna.

I partiti hanno ancora un senso, degli ideali, delle idee? E’ possibile credere ancora o di nuovo alla politica? E’ pensabile che la distanza che essi hanno creato dai cittadini sia colmabile?

Ha cominciato a pensare a tutto questo Libertà e Giustizia, col manifesto Dipende da noi. Dissociarsi per riconciliarsi.
Ci pensa, il PD?

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I dati Eurostat su stipendi e costo del lavoro in Europa, diffusi il 26 febbraio, vedono l’Italia nella zona bassa della classifica: sotto la Spagna e – orrore – sotto la Grecia (sebbene pre default).

I dati sono contenuti nel rapporto Labour Market Statistics, che mette a confronto i redditi del 2009 pagati dalle imprese con almeno dieci dipendenti operanti nei settori dell’industria, delle costruzioni, del commercio e dei servizi.

Con una retribuzione media di 23.406 euro lordi all’anno, i lavoratori dipendenti italiani guadagnano meno della metà degli omologhi lussemburghesi (48.914) e meno, sempre meno dei colleghi dei Paesi Bassi, della Germania, del Belgio, dell’Irlanda, della Finlandia, della Francia e dell’Austria, le cui retribuzioni annuali lorde vanno dai 33.000 ai 44.000 euro.
Guadagnano più dei dipendenti italiani anche i lavoratori greci  (che percepiscono 29.160 euro), spagnoli (26.316) e ciprioti (24.755).

Eccoci: al quintultimo posto fra sedici. Perché portoghesi, sloveni, maltesi e slovacchi hanno paghe inferiori alle nostre, e nemmeno di poco. Evviva…

Non è tutto.
Oltre a fornire i dati del 2009, il rapporto li confronta con quelli degli anni precedenti per osservare la crescita delle retribuzioni.
Ebbene: dal 2005 l’aumento in Italia è stato del 3,3% contro il +29,4% della Spagna e il +22% del Portogallo.
Anche i Paesi che partivano da livelli già alti hanno segnato passi in avanti più lunghi di quelli nostrani: Lussemburgo (+16,1%), Olanda (+14,7%), Belgio (+11,0%), Francia (+10,0%), Germania (+6,2%).
Il governo precisa – e gli crediamo – che i dati relativi all’Italia sono riferiti al 2006, a differenza di quelli degli altri Paesi che sono aggiornati al 2009 : “da tale confronto, il posizionamento relativo dell’Italia risulta in linea con la media europea, e il valore assoluto nazionale supera ampiamente quello della Spagna e ancor più il valore della Grecia”.

Ottimo. Consoliamoci anche con la notizia che ci vede in ottima posizione per quanto riguarda la differenza di retribuzione fra donne e uomini.
Tutte e tutti guadagnano poco, in Italia.

 

RETRIBUZIONE LORDA ANNUA IN EURO
Lussemburgo 48.914
Paesi Bassi 44.412
Germania 41.100
Belgio 40.698
Irlanda 39.858
Finlandia 39.197
Francia 33.574
Austria 33.384
Grecia 29.160
Spagna 26.316
Cipro 24.775
Italia 23.406
Portogallo 17.129
Slovenia 16.282
Malta 16.158
Slovacchia 10.387

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