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Archive for the ‘Valore legale del titolo di studio’ Category

Gli italiani sono migliori, come cultura, buon senso, onestà, competenza di chi ambisce a governarli. Lo hanno dimostrato coi referenda su acqua e nucleare; lo confermano ogni qual volta vengono consultati. Il nuovo ministro della PI (quello che non smantella le assurdità Gelmini, ma vorrebbe imporre il tablet ai bimbi, alla faccia della loro salute visiva e della loro abilità a sfogliare un libro!), credeva di avere consenso con la snobbistica abolizione del valore legale del titolo di studio. Bocciatura: gli italiani ci tengono.

Abbiamo già dialogato, in questo blog, degli aspetti pratici e culturali del tema. Ma vediamo quelli politico-sociali. In un paese nel quale un Potente-Politico può regalare posti senatoriali, ministeri, direzione di imprese a partecipazione statale, a leccapiedi e escort, almeno non può far dono di posti di primario, professore di liceo, provveditore ai beni culturali,  ingegnere responsabile di costruzioni etc etc, perché lì, la laurea, col suo valore legale, è indispensabile.. E ciò non solo tutela i cittadini di non avere un primario non laureato o un insegnante di latino che non ricorda rosa rosae, ma è una garanzia per chi gli studi li ha seriamente e faticosamente condotti. Oltre un certo limite, le raccomandazioni non valgono! E chi ha preso una laurea in una università pubblica o in una dignitosa università privata (più o meno illustri che siano, che poi spesso si tratta più di fumo che di sostanza!), un certo grado di competenza lo deve avere, perché una trentina di esami non si superano senza studiare. Ciò ovviamente, è più importante per il figlio dell’operaio che per quello del notabile. Non per nulla, la CGIL è favorevole al valore legale del titolo di studio, la stampa berlusconiana contraria. Ma l’atteggiamento di giornalisti come Feltri rappresenta – se ce ne fosse bisogno – la prova del nove del nostro assunto.

GdC

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Ha sollevato clamore l’eventualità che il governo intenda abolire il valore legale del titolo di studio.

Nel testo approvato il 27 gennaio dal Consiglio dei ministri non ce n’è però traccia. C’è invece una norma che renderà possibile partecipare a tutti i concorsi pubblici indipendentemente dal voto di laurea.

La gran parte di studenti e docenti è contraria all’abolizione del valore legale dei titoli: se passasse la proposta del governo – sostengono – non si creerebbe maggior competizione tra gli atenei (e quindi una formazione più qualificata per gli studenti), ma si verrebbe a creare una classifica discriminatoria degli istituti, che comporterebbe di conseguenza un più difficile accesso al mondo del lavoro da parte di coloro che – soprattutto per motivi economici – non hanno modo di entrare nelle università ritenute più prestigiose. Il che porterebbe a un circolo vizioso: università per studenti meno abbienti uguale università di seconda o terza classe,  università di seconda o terza classe per gli studenti che non possono permettersi le università più titolate.

Buffo: il provvedimento ventilato ha suscitato più reazioni di quello approvato.

Il punteggio dato dal voto di laurea finora è stato, a parità di voti ottenuti nelle prove teoriche e scritte o pratiche, un elemento discriminante. Alcuni concorsi erano interdetti a chi non aveva almeno un 100/110 nel proprio curriculum.

Non è questo un modo – un altro modo – di affermare che il risultato negli studi non conta nulla? Che impegnarsi non conta granché? Che – in definitiva – l’università, la scuola, l’educazione finora riconosciuta dallo Stato è poco più che carta straccia?

Forse no. Forse.

barbara biagini

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