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Archive for the ‘The Economist’ Category

Aveva cominciato Steinbrueck (SPD) a chiamare i leaders dei due partiti italiani usciti dalle elezioni col 55% totale del consenso “pagliacci”, poi severamente ripreso dal ns Presidente costretto dagli obblighi di dignità patria. Non mi aspettavo invece che l’epiteto lo facesse suo anche il serio Economist di questa settimana che rimette il Paese (alla gogna) in copertina dopo quella della Torre di Pisa cadente.

Un po’ induce al sorriso per l’implicito scopo satirico dell’immagine dei due accoppiati, l’uno che strilla nel microfono e l’altro con l’eterno sorriso stampato sulla faccia, un po’ invece accappona la pelle al solo pensiero della copertura mondiale di quel giornale e della qualità medio-alta dei suoi lettori. Sotto il titolo ” Entrino i pagliacci” c’è anche il loro profilo sommario. Eccovi lo scampolo! 

 Grillo (25%). Età 64, professione comico da palcoscenico, principiante in economia, linea politica del Vaffa a tutti, vuole sospendere il pagamento del debito nazionale.

Berlusconi (30%). Età 76 (tranne i capelli), professione primo ministro durevole, una tragedia in economia, linea politica del “vieni a casa mia e porta un’amica”, non vuole andare in prigione.  

Pietà mi viene da dire, Napolitano faccia il miracolo e ci riporti presto nell’anonimato internazionale.

Max

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La Repubblica Popolare è ormai da anni e anni logica destinazione di investimenti occidentali di grande e media misura attratti soprattutto dal basso costo della mano d’opera così come dalle enormi dimensioni di un mercato di quasi 1.5 miliardi di persone in forte crescita. Sapevate che da qualche tempo il flusso di danaro ha cominciato a prendere la via inversa, quella cioè di capitali cinesi destinati ad investimenti all’estero? Nel solo 2012 questa corrente di ritorno è valutata in oltre  $ 77 miliardi* con un aumento del 12.6% rispetto all’anno precedente in presenza simultanea di una ritirata generale degli investimenti occidentali in ragione della crisi in corso.

Intendiamoci, queste cifre sono ancora poca cosa rispetto al totale degli investimenti nei grandi Paesi (es. dal 2005 la Cina non è andata oltre i $ 50 mld negli SU, pari a meno del 2%). Più significativi quelli avvenuti nei Paesi del Pacifico nello stesso periodo (es 8.5% in Australia, 11.2% in Indonesia) Curiosamente si calcola che almeno $ 200 mld non siano stati fatti dalla Cina a causa di ostacoli politici e burocratici frapposti dai governi al loro ingresso. L’addebito principale addotto essendo la natura statale della maggior parte delle aziende investitrici che tenderebbe ad alterare i liberi mercati dell’Occidente.

Senonchè da un lato le imprese private cinesi vanno aumentando (10% l’anno scorso), dall’altro, sostiene un dirigente di una grande Banca di laggiù, non difettano certo scelte alternative per i loro grandi progetti e disponibilità finanziarie: Asia, Africa e America Latina mostrano grande disponibilità di accoglienza per quegli investimenti produttivi e quanto ottengono loro puntualmente perdiamo noi nell’emisfero nord del mondo. Semplice la riflessione: non potrebbe il ns Paese, tanto a corto di lavoro e di prospettive economiche a breve e medio termine, coordinare gli sforzi per attrarre in Italia una parte selezionata di quel grande potenziale? O ci interessano di più i soldi degli Emiri del Golfo destinati in generale solo a impieghi finanziari?

Max                            *dati tratti da The Economist Genn 19-25 2013

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Tanto per gettare uno sguardo oltre la siepe del ns cortile. Così titola invero preoccupato l’Economist commentando l’insediamento del nuovo governo nipponico avvenuto dopo Natale. Pare infatti che il gabinetto di Shinzo Abe, frutto della grande vittoria del LDP (toh!) alle elezioni di Dicembre, sia composto quasi esclusivamente da esponenti dell’ala destra del partito , e cioè dagli ultranazionalisti fautori di un cambiamento radicale della politica interna ed estera della grande potenza asiatica. Alcuni dei punti più significativi del programma Abe sarebbero appunto 1) revisione costituzionale per bandire il pacifismo dalle finalità imposte dagli Stati Uniti dopo la guerra 2) modifica della legge sull’istruzione per rivalorizzare il patriottismo nelle scuole 3) ridiscutere il trattato di sicurezza con gli Stati Uniti nel quale il Giappone gioca, a suo dire, un ruolo subordinato. Per non parlare della promessa di una posizione più intransigente verso la Cina a proposito delle isolette nel Mar Cinese Orientale oggetto di recente aspra contesa tra i due Paesi e di por fine alla diplomazia del “rimorso” verso l’Asia per le atrocità commesse nell’ultima guerra.

Una bella prospettiva per il Pacifico, e non solo, dato il ruolo strategico che rappresenta oggi nel futuro del mondo quella regione! Il giornale chiude l’articolo consigliando al Sig Abe di chiudere a chiave (sic) nelle cantine del LDP gli spettri nefasti del passato per governare, sospettando tuttavia di chiedergli un gesto quasi impossibile. Chi si aspettava questa nuova minaccia alla pace provenire proprio dal Sol Levante che sembrava accontentarsi dei suoi tanti primati tecnologici e commerciali?

Max

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E’ questa la fine?, si chiede The Economist del 26 novembre – e intende: la fine dell’Euro, della moneta unica.
Sono, queste, ore inquiete.
Cosa ci separa dalla recessione?
O siamo, noi europei, già in fiamme?

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EVEN before Plato conceived the philosopher-king, people yearned for clever, dispassionate and principled government. When the usual run of rulers proves cowardly, indecisive or discredited, turning to the wisdom and expertise of a technocrat, as both Italy and Greece have done in recent days, is particularly tempting.

Part of the attraction of the term “technocrat”, however, is that the label is so stretchy. Does it mean just any expert in government, or one from outside politics? How many technocrats, and in which positions, justify a government’s “technocratic” label? Does such an administration operate within the political system, or supplant it? For how long? Can a technocrat evolve into a politician and vice versa? The answers are imprecise and shift over time.

Technocracy was once a communist idea: with the proletariat in power, administration could be left to experts. But the appliance of science to politics was popular under capitalism too. A fully fledged Technocratic movement flourished in America in the inter-war period: it believed in an economy based on measuring energy inputs rather than prices, and in what would now be called crowd-sourced solutions to political problems. This paper first used “technocracy” in March 1933, when a book reviewer bemoaned the “lurid prominence” of the term. He derided its proponents as “half-scientist…half-charlatan”, decried their “indefensible” conceptual basis, and ascribed their popularity to “extraordinary” American credulity. Howard Segal, an historian at the University of Maine, says the movement imploded when its leading light, Howard Scott, was unmasked as a failed wax salesman, not the great engineer he claimed to be.

Mandarin classes

Crankishness aside, technocracy and autocracy have long been natural bedfellows. When political power is not publicly contested at all, electability is irrelevant and expertise can give the ambitious an edge. In China all but one of the nine members of the Politburo Standing Committee are engineers. This marks a shift: many of Mao’s revolutionary generation had no higher education at all. And it may be temporary. Li Keqiang, likely to take over from Wen Jiabao as prime minister in 2013, has degrees in law and economics. Other upcoming leaders are similarly schooled.

Such unconstrained technocracy is no guarantee of good ideas or decisions. China’s engineer-kings threw their weight behind the Three Gorges dam, for example, despite the prophetic advice of some more eminent scientists. In the SARS epidemic in 2003, the technocrats were initially inept too, putting face-saving ahead of epidemiology. A rapid rollout of China’s high-speed rail network was followed in July by a slowdown after a fatal train crash: technocracy did not prevent corruption and poor quality-control.

It is not only one-party states that like technocracy. Military officers justifying a coup may use technocratic parlance when they highlight their independence of lobbies and their focus on the national interest. Such juntas often also bring civilian technocrats into government, or hand over to them when they step down. A common outcome is a technocratic-military hybrid where civilian experts have the economic and social portfolios, but military men the defence and interior ministries (Egypt’s current regime resembles that too).

Singapore is perhaps the best advertisement for technocracy: the political and expert components of the governing system there seem to have merged completely. British-ruled Hong Kong would be a runner-up. The leadership of Mexico’s Institutional Revolutionary Party (PRI) has evolved from revolutionary generals to lawyer-politicians and finally economist-technocrats, but with less success.

Countries where electoral mandates are the ultimate source of political legitimacy usually turn to full-scale technocratic governments only for a short time, under a specific mandate and in unusual circumstances. But even outside such cases, technocrats rule big chunks of public life: central bankers are one example, typically enjoying huge constitutional protection from politicians’ interference. So are regulators and, in a sense, the unsackable legal experts who work as judges.

Even highly political governments set up independent or bipartisan panels to make difficult decisions (such as closing military bases, setting electoral boundaries or making spending cuts). They create independent agencies to run everything from health care to education. They put outside experts in top jobs—such as the economist Larry Summers in the Clinton and Obama administrations.

Even a wholly technocratic government can never fully escape politics. In any country powerful lobbies bargain and wrangle. In a parliamentary system technocrats must deal with the partisanship and intrigues of an elected legislature (in Athens and Rome, lawmakers are eagerly waiting to trip up the newcomers). They also face public ire if they are seen as sharing out gains or pains unfairly. A brilliant economist see exactly the needed fiscal adjustment. But deciding how and where to cut spending or raise taxes requires acute political senses. Few technocrats arrive in office with those; learning them can be a slow, costly and politically fatal process.

To overcome these obstacles, a technocratic head of government needs personal stature: such clout makes up for the lack of a formal electoral mandate. A second important condition is a clear external constraint, widely accepted at home by both the public and other political parties. This can be meeting the tough conditions of an IMF bail-out or surmounting some other financial crisis. It can also be joining a club: several ex-communist countries turned to technocratic governments as they struggled to meet the membership standards set by the European Union. Failing that, political backing at home—usually from a popular monarch or president—can give a technocratic government political ballast.

Cincinnatus redux

The best kind of technocrat is uneasy about being in power at all. Jan Fischer, the Czech Republic’s chief statistician, became an acclaimed prime minister in 2009 when the government collapsed in the midst of the country’s six-month stint running the European Union. His main message, he says, was to tell everyone to “protest against this kind of government”; it was a lamentable departure from normal democratic principles, justified only by the most serious circumstances.

History suggests that technocrats do best when blitzing the mess made by incompetent and squabbling politicians. But the problem for the new leaders of Greece and Italy is that the source of their woes, the euro zone’s design flaws, stems from mistakes made in Brussels—not least by other unelected experts. Remedying that will take many years, far longer than technocrats’ usual political lifespan. And it will need more than just brains and integrity.

http://www.economist.com/node/21538698

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In questo numero non siamo sulla copertina dell’illustre settimanale – troppa grazia! Dobbiamo accontentarci, stavolta, di un trafiletto interno (illustrato da un Luca Cordero di Montezemolo affiancato dal cavallino della Ferrari) che non manca tuttavia di mandare inquietanti segnali di allarme un po’ a tutti i lettori di Eurolandia.
Non c’è proprio verso: esaurito il filone farsesco della saga berlusconiana, soltanto la minaccia di procurar grane anche agli altri può tirarci fuori dalla marginalità giornalistica degli avvenimenti nostrani.
Approfittiamo dunque della pur infrequente menzione delle faccende di casa nostra per offrirvene un estratto tradotto liberamente – ma, assicuriamo, fedelmente.

“A luglio Silvio Berlusconi, primo ministro e straordinario artista del “farla franca”, aveva scatenato una serie di attacchi di panico dei mercati sul debito pubblico italiano promettendo di annacquare un pacchetto già morbido di misure antideficit. Aveva poi dovuto ritrarsi per lo scompiglio in tal modo causato. La sua minaccia alla salute dell’euro è però riapparsa questa settimana, allorché ha spinto le finanze del suo Paese in un caos anche maggiore creando un buco di almeno 4-5 miliardi di euro nell’ultima manovra, destinata a districarle dall’inghippo nella quale si trovano da ben due mesi.
Sono due, ora, gli ostacoli da superare per l’Italia, a impedire una crisi della moneta unica ben più devastante di qualunque altra verificatasi fino ad oggi: ottenere la garanzia del sostegno della Banca centrale europea – con l’acquisto, a partire da metà agosto, di obbligazioni italiane per 30 miliardi di euro – e intraprendere la messa in cantiere di un piano di circa 45 miliardi di euro di riduzione del deficit richiesto dalla stessa Bce in cambio dell’appoggio. Così pareva sarebbe avvenuto dopo la dichiarazione di Berlusconi del 12 agosto, a dispetto del fatto che il piano di risanamento fosse varato prima del passaggio parlamentare. Ma in Italia nulla è mai al sicuro da modifiche. Il 29 agosto Berlusconi spacchetta il suo pacchetto tirando fuori la misura che più gli dispiace, la sovrattassa sugli alti redditi (mentre – suprema ironia – proprio Montezemolo invoca la necessità di chiedere di più a chi ha di più, se stesso compreso) e alleggerisce il taglio agli enti locali per ingraziarsi gli amministratori.
Seguono altre misure discutibili come la soppressione delle province tramite legge costituzionale, il dilazionamento dell’età pensionabile mediante il disconoscimento del riscatto degli anni di laurea e del servizio militare e altre di minore impatto.
Ma la pubblica protesta costringerà probabilmente Berlusconi a una manovra a U su questi provvedimenti, con il risultato di inficiare ulteriormente il suo primitivo piano di austerità.
Tutto ciò accresce il dubbio che la Bce possa continuare imperterrita l’acquisto del debito italiano.
Ma non basta. Sia il presidente della Bce Jean-Claude Trichet sia Mario Draghi, designato a succedergli, hanno richiesto nelle loro prescrizioni di includere nel disposto complessivo un’estesa serie di privatizzazioni e liberalizzazioni.
E di queste non v’è traccia nel programma del governo”.  

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Rieccoci. E’ il 14 luglio: siamo di nuovo sulla copertina di The Economist.

  

Quale considerazione muove ancora l’illustre settimanale ad occuparsi di noi dopo un così breve intervallo di tempo (un mese, poco più)?
Una volta di più, non c’è ragione di sentirsi onorati per questo rinnovato interesse: stavolta sono i nostri conti che non vanno, quegli stessi conti che fino a pochi giorni or sono erano in perfetta tenuta e che, a detta dei luminari che guidano il Paese, ci facevano migliori degli altri.
Attenua, per fortuna (?) il giudizio dell’Economist su di noi la preoccupazione ben più allarmante del contagio a livello europeo che la crisi potrebbe causare. A ben leggere il servizio, infatti, si scopre che il nostro caso è solo l’occasione per gettare uno sguardo su Eurolandia nel suo insieme e sulla crisi della sua moneta unica.
Degne di nota ci sembrano le indicazioni del giornale sui tardivi e faticosi provvedimenti a salvaguardia dell’euro e delle economie che l’hanno adottato.

Riportiamo la nostra traduzione dell’ultimo paragrafo dell’editoriale – “On the edge” – che il periodico britannico illustra con l’immagine di un’Italia ciondolante sul bordo di uno strapiombo, con tanto di moneta da un euro sul testone.


Che fare, dunque? Questo giornale ha sostenuto a lungo che la politica di cavarsela in qualche modo deve essere sostituita da una strategia a largo respiro basata su tre fattori: riduzione del debito per i paesi insolventi, ricapitalizzazione delle banche in sofferenza da ristrutturazione, creazione di una barriera di difesa tra gli insolventi e il resto della comunità europea.
Il primo deve cominciare dalla Grecia, paese in evidente bancarotta. Comunque sia ristrutturato il suo debito, la Grecia finirà nell’insolvenza e pertanto dovranno essere rifinanziate le sue banche. I risultati degli esami di tenuta (stress tests) appena eseguiti mostrano in quale direzione e misura ciò vada fatto. Non è escluso che un indirizzo simile vada preso presto anche per Portogallo e Irlanda.
Il compito di creare una barriera di protezione (firewall) intorno al nucleo dei paesi solventi, Spagna e Italia compresi, va condiviso tra quelli a rischio e l’Eurozona nel suo complesso. Dopo una rapida approvazione della la manovra, l’Italia deve mettere mano urgentemente alle riforme strutturali in perenne ritardo. La sfida non è tanto quella di stringere la cinghia di un bilancio comunque improntato all’austerità, quanto quella di riprendere una decisa crescita economica. Nel breve la BCE può aiutare con acquisti massicci di obbligazioni italiane, […] ma alla lunga l’Eurozona dovrà dilatare il Fondo di Stabilità Finanziaria con l’emissione di Eurobonds da essa stessa garantiti.
Quest’ultimo è un passo di grande rilevanza politica, specie per la signora Merkel. La Germania ha sempre avversato ogni soluzione che prevedesse trasferimenti illimitati agli sconsiderati paesi meridionali, opinione questa fatta propria da altre economie del Nord Europa, non da ultimo per il motivo che tali garanzie potrebbero accrescere il costo del loro denaro. Una conseguenza senz’altro poco piacevole. Ma l’alternativa potrebbe essere la fine dell’euro. E’ questa la durissima lezione di questa settimana.

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