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Archive for the ‘SIndacato’ Category

Come dar torto a Emma Marcegaglia quando pretende che i sindacati non devono proteggere “assenteisti cronici,  ladri e chi non fa bene il proprio lavoro”?
E’ quasi un ossimoro quello che associa i lavoratori a chi non lavora.

C’è però un sospetto di intelligenza con l’amico – con quel governo che intende presentare entro marzo in Parlamento un provvedimento sul mercato del lavoro “anche senza l’accordo con le parti sociali”.

Certo, se le parti sociali tutelano chi non fa il proprio dovere, dove andremo a finire?, ci si chiede. In perfetta onestà.

Vorrei qui ricordare che i fannulloni e gli assenteisti (non sono necessariamente le stesse persone) che albergano nella nostra ipertrofica pubblica amministrazione pagano, con una parte del proprio stipendio (accessorio), per ogni giorno di malattia che capita loro di scontare. Ebbene sì, talvolta succede che uno si becchi l’influenza, o altro.

E’ ancora, scandalosamente, in vigore una norma introdotta dall’ex ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione, Renato Brunetta, che in molte occasioni contrasta con la Costituzione.
L’articolo 36, comma 3, stabilisce che “il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.
Succede però che, per non perdere parte della lauta retribuzione, molti dipendenti pubblici si mettano in ferie quando sono ammalati.
Così, però, le ferie alle quali non si può rinunziare vengono usate per non rinunziare allo stipendio.

Sarei curiosa di sapere se i ministri, i parlamentari, i dirigenti delle Authority e così via – fino al presidente del Consiglio e al presidente della Repubblica – si vedono decurtare la retribuzione quando si bloccano a letto per la gastroenterite o – Dio non voglia – per gli orecchioni.

Ecco, direi che i sindacati dovrebbero difendere un po’ di più chi si assenta dal posto di lavoro.
Quando l’assenteista in questione è in cattiva salute, perlomeno.

barbara biagini

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“Avanti popolo. Il PCI nella storia d’Italia”:
è libero l’ingresso alla mostra che – dopo le tappe di Roma, Livorno e Genova – arriva a Milano.

Dal 16 giugno al 10 luglio 2011, alla Triennale Bovisa di via Lambruschini 31, un’esposizione ricca di fonti documentarie e di percorsi narrativi – immagini, audiovisivi, manifesti, postazioni digitali, fumetti, opere grafiche – racconta settant’anni di storia del nostro Paese e, nella sede milanese, del PCI cittadino e lombardo.
Una storia che parte dalla Livorno del 21 gennaio 1921 e si conclude nella Rimini del 4 febbraio 1991.

Una fitta serie di incontri, presentazioni e convegni incornicia e arricchisce l’esposizione.

Dal sito della mostra:


La storia di un partito, ha scritto Gramsci nei Quaderni del carcere, è storia del suo paese «da un punto di vista monografico».

Questa mostra, quindi, racconta settant’anni di storia d’Italia documentando la parte ed il ruolo che vi ebbe il Pci dalla sua fondazione a Livorno il 21 gennaio 1921, sotto la guida di Bordiga, alla nascita del Partito democratico della sinistra, a Rimini, il 4 febbraio 1991.
Ma la storia del Novecento, scriveva ancora Gramsci, è «storia mondiale», e solo convenzionalmente si può scrivere la storia nazionale, a patto che se ne sappiano cogliere le relazioni con la storia internazionale.
La storia del Pci che qui si racconta è quindi storia dell’Italia nello scenario della storia internazionale del XX secolo.

La mostra è basata essenzialmente sul patrimonio archivistico e documentale della Fondazione Istituto Gramsci e della Fondazione Cespe, che sono depositarie degli archivi del Pci.
Si presentano perciò soprattutto materiali accumulati e conservati nel tempo dal partito stesso, che rappresentano una testimonianza della memoria da esso elaborata e trasmessa.
Si potrebbe dire che nella mostra il Pci viene raccontato attraverso se stesso e attraverso le tracce documentali che dirigenti, militanti e popolo hanno lasciato.
Sono inoltre esibiti materiali selezionati dall’archivio de l’Unità, dall’archivio del Crs, dall’archivio della Fondazione Di Vittorio, dall’archivio dell’Udi, dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio, dall’Istituto Luce, dagli archivi della Rai.

Il Pci nacque come «sezione italiana» dell’Internazionale comunista, creata tramite una scissione minoritaria del Partito socialista italiano.
La sua vicenda fu segnata dalla lunga clandestinità e dall’esilio dopo la fascistizzazione dello Stato italiano realizzata da Mussolini nel 1926, che ebbe tra le sue conseguenze la carcerazione di Gramsci.
Solo con la seconda guerra mondiale divenne un protagonista influente della vita politica italiana.
Gli scioperi del 1943 e del 1944, la «svolta di Salerno», la Resistenza e la guerra di liberazione cambiarono il rapporto fra le classi lavoratrici e la nazione italiana.

La Repubblica e la Costituzione furono conquiste decisive anche dei comunisti e, cambiando l’Italia, cambiarono anche il Pci.
«Partito nuovo» lo chiamò Togliatti nel 1944, con l’obiettivo di creare un partito di governo della nuova classe dirigente forgiata nella rivoluzione antifascista.
«I partiti sono la democrazia che si organizza, la democrazia che si afferma» diceva Togliatti alla Costituente, e il Pci divenne un partito di massa di dimensioni eccezionali, attrezzato sia per le battaglie parlamentari che per le mobilitazioni collettive.
Un partito che aveva l’ambizione di cambiare alcuni caratteri originari della nazione italiana: il dualismo Nord-Sud, l’arretratezza industriale, il carattere limitato della cittadinanza, le tradizioni culturali dell’Italia liberale e fascista, i rapporti fra intellettuali e popolo, governanti e governati, dirigenti e diretti.
La Costituzione divenne il suo programma.

Le lotte per la terra, per la pace, per il lavoro, l’emancipazione femminile, i diritti sociali, la difesa e lo sviluppo della democrazia furono il suo vessillo.
Nell’Italia repubblicana la storia del Pci diviene quindi parte essenziale non solo della storia politica, ma anche della storia sociale e culturale degli italiani.
Nello stesso tempo, il Pci fu parte integrante della storia del comunismo internazionale.
Il suo rapporto con l’Unione Sovietica configurò a lungo un “legame di ferro”.
Togliatti fu un dirigente del movimento comunista internazionale fin dagli anni Trenta e stabilì con Stalin una stretta relazione.
Nella spaccatura dell’Europa e della società italiana provocata dalla guerra fredda, il legame organico con il blocco sovietico continuò ad avere per il Pci un peso rilevante anche dopo la morte di Stalin e dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956.
Fu dal 1968 in avanti, dopo la repressione della “primavera di Praga”, su impulso di Longo e di Berlinguer, che il Pci divenne il più grande partito comunista d’Occidente e realizzò un progressivo distacco dal comunismo sovietico.

Con il «compromesso storico» e l’«eurocomunismo», il Pci di Berlinguer raggiunse il più alto livello di consenso nazionale e di risonanza internazionale della sua storia.
Sotto la direzione di Natta, si proclamò «parte integrante della sinistra europea».
Fu l’unico partito comunista occidentale a restare egemone nella sinistra del proprio paese fino al 1989.
Dopo la caduta del muro di Berlino, sotto la guida di Occhetto, nacque il Partito democratico della Sinistra, un partito dell’Internazionale socialista, fondatore del Partito del socialismo europeo.

 

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