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Archive for the ‘Resistenza’ Category

Carlo Emilio Gadda (quello de “La cognizione del dolore”, “Quer pasticciaccio brutto di via Merulana”, “Eros e Priapo” e di altri libri difficili e illuminanti) definì Mussolini – sì, lo statista, il bonificatore dell’Agro Pontino, quello che faceva arrivare i treni in orario, quello che “si stava meglio quando si stava peggio”, quello delle leggi razziali – testa di morto, furioso babbeo, appestato, batrace, bombetta, maramaldo, fava, farabutto, impestato, Gran Somaro, Gran Pernacchia, merda, Fottuto di Predappio, Provolone, Finto Cesare.

Epiteti che riassumono un giudizio negativo finora generalmente condiviso (certo, Berlusconi la pensa diversamente).

Arriva ora Roberta Lombardi, eletta alla Camera e capogruppo del Movimento 5 Stelle, a dirci le seguenti verità:
“Da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia”.

In effetti.

Segue smentita, o correzione:

“Quella espressa era un’analisi esclusivamente storica di questo periodo politico, che naturalmente condanno. In Italia il fascismo così come il comunismo è morto e sepolto da almeno trent’anni […]  “Mi riferivo, facendo un’analisi, al primo programma del 1919,  basato sul voto alle donne, elezioni e altre riforme sociali che sembravano prettamente socialiste rivoluzionarie e non certamente il preludio di una dittatura. Tutte proposte che poi Mussolini smentì già dall’anno seguente, in quello che fu un continuo delirio di contraddizioni”.

Ok, accettiamo la smentita, o correzione che sia.

La domanda è: perché diamine tirare in ballo Mussolini, altrimenti detto il merda?
Oltre ai partiti si vuole picconare anche una parte fondamentale della storia italiana, vale a dire la Resistenza (e chi l’ha fatta)?

barbara biagini

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Segnaliamo un’iniziativa dell’ANPI, della Fondazione Bruno Buozzi e del Circolo laburista di cultura e politica Walter Sabbadin.

Venerdì 8 giugno 2012, ore 18,00, Spazio Chiamamilano di largo Corsia dei Servi, 11
Presentazione del libro “Perché resistemmo, perché resistiamo. Vita e impegno civile di Gildo Gastaldi” di Claudia e Maurizio Gastaldi e Luigi Lia.

Ne discutono:
Alessia Potecchi, presidente Circolo Walter Sabbadin
Sen. Giorgio Benvenuto, presidente Fondazione Bruno Buozzi
Roberto Cenati, presidente ANPI Provinciale
Danilo Margaritella, segretario UILCA Lombardia
Luigi Lia, autore

Dalla quarta di copertina:
L’uomo di cui vogliamo parlare è Gildo Gastaldi, nato nel 1907, adolescente quando l’Italia conobbe l’esperienza del fascismo. Fu un intellettuale, uno scienziato, si occupò di neurologia e di psichiatria: ebbe un’importante carriera universitaria, ma non si chiuse dentro l’accademia. Non fu indifferente a quanto stava accadendo in quegli anni, non restò impassibile di fronte al fascismo, prese posizione e partecipò alla Resistenza. Guidò il Comitato di Liberazione provinciale di Pavia, aderì al Partito d’Azione e al movimento di Giustizia e Libertà condividendone la tensione etica antifascista, lo spirito laico e riformista, l’impostazione non ideologica e antidogmatica. […]  la memoria di una biografia individuale ci consente di ricostruire, anche attraverso il ricordo affettuoso e intimo di una vita privata e familiare, la trama di una memoria collettiva. In questo modo riusciamo forse ancora ad ascoltare i suoni e le parole di una lingua amica che ci parla di impegno civile, libertà, giustizia, pari opportunità, partecipazione democratica, onestà intellettuale: vocaboli e princìpi che vorremmo conservare per resistere a un presente difficile e consegnare alle generazioni che verranno.

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“Avanti popolo. Il PCI nella storia d’Italia”:
è libero l’ingresso alla mostra che – dopo le tappe di Roma, Livorno e Genova – arriva a Milano.

Dal 16 giugno al 10 luglio 2011, alla Triennale Bovisa di via Lambruschini 31, un’esposizione ricca di fonti documentarie e di percorsi narrativi – immagini, audiovisivi, manifesti, postazioni digitali, fumetti, opere grafiche – racconta settant’anni di storia del nostro Paese e, nella sede milanese, del PCI cittadino e lombardo.
Una storia che parte dalla Livorno del 21 gennaio 1921 e si conclude nella Rimini del 4 febbraio 1991.

Una fitta serie di incontri, presentazioni e convegni incornicia e arricchisce l’esposizione.

Dal sito della mostra:


La storia di un partito, ha scritto Gramsci nei Quaderni del carcere, è storia del suo paese «da un punto di vista monografico».

Questa mostra, quindi, racconta settant’anni di storia d’Italia documentando la parte ed il ruolo che vi ebbe il Pci dalla sua fondazione a Livorno il 21 gennaio 1921, sotto la guida di Bordiga, alla nascita del Partito democratico della sinistra, a Rimini, il 4 febbraio 1991.
Ma la storia del Novecento, scriveva ancora Gramsci, è «storia mondiale», e solo convenzionalmente si può scrivere la storia nazionale, a patto che se ne sappiano cogliere le relazioni con la storia internazionale.
La storia del Pci che qui si racconta è quindi storia dell’Italia nello scenario della storia internazionale del XX secolo.

La mostra è basata essenzialmente sul patrimonio archivistico e documentale della Fondazione Istituto Gramsci e della Fondazione Cespe, che sono depositarie degli archivi del Pci.
Si presentano perciò soprattutto materiali accumulati e conservati nel tempo dal partito stesso, che rappresentano una testimonianza della memoria da esso elaborata e trasmessa.
Si potrebbe dire che nella mostra il Pci viene raccontato attraverso se stesso e attraverso le tracce documentali che dirigenti, militanti e popolo hanno lasciato.
Sono inoltre esibiti materiali selezionati dall’archivio de l’Unità, dall’archivio del Crs, dall’archivio della Fondazione Di Vittorio, dall’archivio dell’Udi, dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio, dall’Istituto Luce, dagli archivi della Rai.

Il Pci nacque come «sezione italiana» dell’Internazionale comunista, creata tramite una scissione minoritaria del Partito socialista italiano.
La sua vicenda fu segnata dalla lunga clandestinità e dall’esilio dopo la fascistizzazione dello Stato italiano realizzata da Mussolini nel 1926, che ebbe tra le sue conseguenze la carcerazione di Gramsci.
Solo con la seconda guerra mondiale divenne un protagonista influente della vita politica italiana.
Gli scioperi del 1943 e del 1944, la «svolta di Salerno», la Resistenza e la guerra di liberazione cambiarono il rapporto fra le classi lavoratrici e la nazione italiana.

La Repubblica e la Costituzione furono conquiste decisive anche dei comunisti e, cambiando l’Italia, cambiarono anche il Pci.
«Partito nuovo» lo chiamò Togliatti nel 1944, con l’obiettivo di creare un partito di governo della nuova classe dirigente forgiata nella rivoluzione antifascista.
«I partiti sono la democrazia che si organizza, la democrazia che si afferma» diceva Togliatti alla Costituente, e il Pci divenne un partito di massa di dimensioni eccezionali, attrezzato sia per le battaglie parlamentari che per le mobilitazioni collettive.
Un partito che aveva l’ambizione di cambiare alcuni caratteri originari della nazione italiana: il dualismo Nord-Sud, l’arretratezza industriale, il carattere limitato della cittadinanza, le tradizioni culturali dell’Italia liberale e fascista, i rapporti fra intellettuali e popolo, governanti e governati, dirigenti e diretti.
La Costituzione divenne il suo programma.

Le lotte per la terra, per la pace, per il lavoro, l’emancipazione femminile, i diritti sociali, la difesa e lo sviluppo della democrazia furono il suo vessillo.
Nell’Italia repubblicana la storia del Pci diviene quindi parte essenziale non solo della storia politica, ma anche della storia sociale e culturale degli italiani.
Nello stesso tempo, il Pci fu parte integrante della storia del comunismo internazionale.
Il suo rapporto con l’Unione Sovietica configurò a lungo un “legame di ferro”.
Togliatti fu un dirigente del movimento comunista internazionale fin dagli anni Trenta e stabilì con Stalin una stretta relazione.
Nella spaccatura dell’Europa e della società italiana provocata dalla guerra fredda, il legame organico con il blocco sovietico continuò ad avere per il Pci un peso rilevante anche dopo la morte di Stalin e dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956.
Fu dal 1968 in avanti, dopo la repressione della “primavera di Praga”, su impulso di Longo e di Berlinguer, che il Pci divenne il più grande partito comunista d’Occidente e realizzò un progressivo distacco dal comunismo sovietico.

Con il «compromesso storico» e l’«eurocomunismo», il Pci di Berlinguer raggiunse il più alto livello di consenso nazionale e di risonanza internazionale della sua storia.
Sotto la direzione di Natta, si proclamò «parte integrante della sinistra europea».
Fu l’unico partito comunista occidentale a restare egemone nella sinistra del proprio paese fino al 1989.
Dopo la caduta del muro di Berlino, sotto la guida di Occhetto, nacque il Partito democratico della Sinistra, un partito dell’Internazionale socialista, fondatore del Partito del socialismo europeo.

 

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