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Archive for the ‘Lavoro’ Category

Il vero problema è che hanno tutti ragione.

I pensionati al minimo e quelli con quiescenze dignitose che se le vedono ridurre.
I dipendenti pubblici con il posto fisso e lo stipendio bloccato e quelli precari o in attesa di un fantomatico concorso.
I giovani che vogliono costruirsi una vita degna e i vecchi che vogliono vivere ancora un po’ con dignità.
I commessi che non vogliono lavorare il Primo Maggio e i clienti che vogliono i negozi sempre aperti.
I pedoni e gli automobilisti.
I padroni di casa e gli affittuari.
I passeggeri dei treni e i ferrovieri.

II capolavoro di questa società, quella nella quale siamo capitati, è aver creato una contrapposizione insolubile fra le persone.
Perché io non voglio andare in pensione a settant’anni con 500 euro al mese, io non voglio che l’operaio licenziato venga riassunto, io non voglio fare il turno di notte senza incentivo, io non voglio un Pronto soccorso sguarnito, io non voglio pagare un affitto esagerato, io non voglio pagare una tassa esosa sulla mia casa.

Io, però, non voglio star bene a scapito di qualcuno che sta male. E non voglio che qualcuno stia bene perché io sto male.

E’ chiedere troppo?

 

bb

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Francamente sono frastornato. Schematizzate a 3 le cause di licenziamento: discriminatoria (1), disciplinare (2), economica (3). Intanto mi domando quale imprenditore ricorrerà mai alla (1) per liberarsi di un dipendente: come dire che lo potrebbe cacciare perché antipatico, gay o troppo magro! Quanto alla (2) sa il cielo perché dovrebbe ricorrervi se prevede la possibilità di un giudizio di reintegro su appello del lavoratore, quando esiste la (3) che invece non lo contempla! In definitiva perciò, se passasse la riforma Fornero senza ritocchi, le motivazioni di licenziamento si ridurrebbero di fatto a quelle di tipo economico soltanto. Non è poi così difficile immaginarlo.
E se il lavoratore ricorresse contro il provvedimento aziendale (3) che cosa accadrebbe? Il ddl proposto al Parlamento dice che in questo caso il giudice potrebbe comminare una indennità da 15 a 27 mensilità ma non il reintegro. Ma se il lavoratore riuscisse a dimostrare l’inconsistenza o la finzione di quella motivazione a camuffarne altre non dichiarate che cosa succederebbe? Dovrebbe sì o no il giudice riconoscerne la nullità e perciò stesso farla ricadere automaticamente nella (1) o nella (2) ? E se così fosse a che cosa varrebbe questa macchinosa schematizzazione nell’infinita varietà dei casi concreti?
Il dilemma di fondo a me sembra in realtà uno solo: come ridurre al minimo i casi di rientro giudiziario per le aziende, come mantenere la facoltà del giudice a sentenziarne l’esecuzione in tutti i casi di illiceità per i lavoratori. Il governo tenta un colpo al cerchio e un colpo alla botte per cavarsi d’impaccio con la riforma Fornero ma il tentativo è maldestro a me pare. Sostituito in una misura o in un altra dal compenso di indennizzo il rientro o c’è in tutti i casi o non c’è in nessun caso come facoltà del giudice in caso di licenziamento.
Da cittadino qualunque, ma con qualche esperienza diretta alle spalle, mi sento di dire che una norma del lavoro importante come questa deve essere in primo luogo equa, chiara nonché di facile e pronta applicazione, meglio ancora se di costi certi per l’impresa ed il lavoratore. Solo così potrà aver benefici effetti sull’occupazione quando si vedrà la ripresa. Nel fattispecie non inventiamoci nulla, per carità: se il sistema tedesco funziona ed è collaudato da un’economia da primato come quella, adottiamolo anche noi evitando inutili bizantinismi all’italiana. La posta socio-economica in palio è troppo alta per sbagliare questa volta.
Max

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1.
Nell’intervista di Fabio Fazio a Elsa Fornero (Che tempo che fa del 18 marzo) una domanda è rimasta senza risposta.
E’ proprio necessario, ha chiesto Fazio, affrontare questo momento di crisi cominciando dai dipendenti, dagli impiegati, dagli stipendi da 1.200 euro al mese?
Risposta, nessuna.

2.
La seconda domanda è dello stesso tenore.
Riguarda il Monte dei Paschi di Siena, (ancora?) terza banca d’Italia, che annuncia il taglio delle gratifiche di fine anno e propone la rinuncia a un giorno di ferie ai dipendenti come pegno da pagare per la mancata produttività del gruppo.
I dipendenti hanno lavorato come sempre; le scelte sbagliate del management dovranno pagarle loro?
Anche questa domanda aspetta una risposta.

 

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I dati Eurostat su stipendi e costo del lavoro in Europa, diffusi il 26 febbraio, vedono l’Italia nella zona bassa della classifica: sotto la Spagna e – orrore – sotto la Grecia (sebbene pre default).

I dati sono contenuti nel rapporto Labour Market Statistics, che mette a confronto i redditi del 2009 pagati dalle imprese con almeno dieci dipendenti operanti nei settori dell’industria, delle costruzioni, del commercio e dei servizi.

Con una retribuzione media di 23.406 euro lordi all’anno, i lavoratori dipendenti italiani guadagnano meno della metà degli omologhi lussemburghesi (48.914) e meno, sempre meno dei colleghi dei Paesi Bassi, della Germania, del Belgio, dell’Irlanda, della Finlandia, della Francia e dell’Austria, le cui retribuzioni annuali lorde vanno dai 33.000 ai 44.000 euro.
Guadagnano più dei dipendenti italiani anche i lavoratori greci  (che percepiscono 29.160 euro), spagnoli (26.316) e ciprioti (24.755).

Eccoci: al quintultimo posto fra sedici. Perché portoghesi, sloveni, maltesi e slovacchi hanno paghe inferiori alle nostre, e nemmeno di poco. Evviva…

Non è tutto.
Oltre a fornire i dati del 2009, il rapporto li confronta con quelli degli anni precedenti per osservare la crescita delle retribuzioni.
Ebbene: dal 2005 l’aumento in Italia è stato del 3,3% contro il +29,4% della Spagna e il +22% del Portogallo.
Anche i Paesi che partivano da livelli già alti hanno segnato passi in avanti più lunghi di quelli nostrani: Lussemburgo (+16,1%), Olanda (+14,7%), Belgio (+11,0%), Francia (+10,0%), Germania (+6,2%).
Il governo precisa – e gli crediamo – che i dati relativi all’Italia sono riferiti al 2006, a differenza di quelli degli altri Paesi che sono aggiornati al 2009 : “da tale confronto, il posizionamento relativo dell’Italia risulta in linea con la media europea, e il valore assoluto nazionale supera ampiamente quello della Spagna e ancor più il valore della Grecia”.

Ottimo. Consoliamoci anche con la notizia che ci vede in ottima posizione per quanto riguarda la differenza di retribuzione fra donne e uomini.
Tutte e tutti guadagnano poco, in Italia.

 

RETRIBUZIONE LORDA ANNUA IN EURO
Lussemburgo 48.914
Paesi Bassi 44.412
Germania 41.100
Belgio 40.698
Irlanda 39.858
Finlandia 39.197
Francia 33.574
Austria 33.384
Grecia 29.160
Spagna 26.316
Cipro 24.775
Italia 23.406
Portogallo 17.129
Slovenia 16.282
Malta 16.158
Slovacchia 10.387

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Nel migliore dei mondi possibili secondo Fornero e Monti, quando l’articolo 18 sarà storia e la mobilità lavorativa totale, potrebbe esserci esubero di giuslavoristi, con conseguente trasferimento della Fornero ad altra cattedra, diciamo Storia del balletto classico. Poiché, con l’età, diminuisce la capacità di apprendimento di materie totalmente nuove, possiamo prevedere che ci metterebbe 5 anni a saperne qualcosa, e 15 a poter tenere un corso. Età della pensione. Peggio andrebbe a Monti se venisse trasferito a Fisica delle particelle elementari (ricordate il tunnel?). Insomma: la mobilità va bene quando riguarda gli altri, specie i lavoratori manuali. Ciò nella presunzione che i lavori a prevalente contenuto manuale siano poco qualificati. Ma non è così. Ad apprenderli bene ci vogliono anni di pratica ben guidata, non un corso regionale di riqualificazione, anche perché, di regola, questo tipo di lavoratori è più agevolato ad apprendere per dimostrazione diretta ed imitazione che non attraverso lezioni teoriche. La perdita del lavoro non viene risolta con una indennità da fame; sono in gioco la dignità del lavoratore, il patrimonio di competenze, e l’interesse del consumatore. Ciò non vuole dire che, talora, non ci sia l’assoluta necessità di una certa mobilità lavorativa, bensì che questa non rappresenta certo una situazione ideale da incentivare. Io non vorrei che i freni della mia automobile fossero riparati da un meccanico il quale, fino a due mesi prima, faceva il giornalaio, né vorrei avere come infermiere un muratore che ha seguito un corso di riqualificazione breve. E voi?

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Bersani scrive, in una lettera pubblicata su Il Sole 24 Ore del 5 agosto, che “il Partito democratico ha idee e proposte specifiche da confrontare con chiunque fosse interessato sul serio a discutere”.

Quali idee, quali proposte?

In sintesi:

1. Riforma della Pubblica amministrazione
2. Riforma fiscale
3. Liberalizzazioni
4. Politiche industriali
5. Correzione della manovra economica

Fra i commenti suscitati dall’intervento del segretario PD sul sito del quotidiano della Confindustria riportiamo quello di tal MarcoAndreaMattia (intelligenza collettiva?)…

Alcune cose che si potrebbero fare per far pagare le tasse a tutti:
1) Pagamenti solo con Carte di Credito o bancomat (ovvero eliminare il contante)
2) Far scaricare a tutti ogni tipo di spesa
3) Conto corrente dedicato per ogni italiano (stile codice fiscale, che alla nascita abbiamo già), l’estratto conto finale al 31 dicembre diventa automaticamente la nostra denuncia dei redditi, così si salutano anche i commercialisti
4) Bonus in base al quantitativo di tasse pagate (chi più paga ha diritto a più sevizi gratuiti, l’opposto di quanto avviene oggi)

 

Voi che ne dite?

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Pubblichiamo il comunicato di Laura Specchio (responsabile Lavoro e Professioni PD Lombardia), Ilaria Cova (responsabile Democratiche Lombarde) e Piera Landoni (responsabile Democratiche Area Metropolitana Milanese) sulla vicenda dei licenziamenti di genere in un’azienda lombarda.

Milano, 2 luglio 2011

La grave decisione assunta dai vertici della MA-VIB di Inzago di licenziare 13 lavoratrici con una evidente modalità di carattere discriminatorio ci costringe ancora una volta a rilevare come le conseguenze della crisi si abbattano, in misura ancora più drammatica, sulle donne.

Come spesso succede l’attenzione mediatica ha acceso i riflettori su uno dei numerosissimi casi che si verificano quotidianamente in Lombardia ed in particolar modo nell’Area Metropolitana Milanese.

Nel rispetto delle lavoratrici vogliamo fermamente evitare qualsiasi forma di strumentalizzazione nei loro confronti ed esprimere loro la nostra massima solidarietà ed il nostro sostegno a tutela dei loro diritti.

Abbiamo chiesto l’intervento di tutte le istituzioni ed una tempestiva risposta ci è arrivata dalle donne Democratiche del consiglio regionale (Sara Valmaggi e Arianna Cavicchioli) del consiglio provinciale (Diana De Marchi, Roberta Perego e Bruna Brembilla) e dalle parlamentari Marilena Adamo, Fiorenza Bassoli, Barbara Pollastrini e Emilia De Biasi. Hanno infatti presentato interrogazioni e richieste di audizione delle rappresentanze delle lavoratrici al governo e alle giunte regionale e provinciale.

Il primo appuntamento ci vedrà presenti, martedì 5 luglio in Consiglio regionale per valutare le risposte di Formigoni alle lavoratrici della MA-VIB.

In quell’occasione renderemo pubblico il nostro progetto “CAROVANA DONNE LAVORO” che percorrerà tutte le realtà di crisi del Milanese.

La pagina su Facebook delle dipendenti Ma-Vib 
Il commento sul sito del PD di Inzago

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