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Archive for the ‘Europa’ Category

La stampa italiana ha riportato l’editoriale del 4 novembre del Financial Times a conclusione del G20, che reca l’ormai diffuso titolo “In God’s name, go!” fatto apposta per l’ennesima inqualificabile partaccia del nostro premier.

Forza del titolo e autorevolezza della testata di conio dell’editoriale in questione non lasciano campo a troppi ricami interpretativi.
Noi ci limitiamo al legittimo sospetto che dietro l’attacco si celi un altro spudorato complotto comunista!!!

Voi che ne dite?
Ma ecco il testo integrale dell’articolo:

IN GOD’S NAME, GO!
In a Group of 20 summit that fell well short of what was needed, the world’s most powerful leaders were powerless in the face of the manoeuvres by two European premiers: George Papandreou and Silvio Berlusconi.
The similarities between the two prime ministers are striking: both men rely on a thin and shrinking parliamentary majority and they are both squabbling with their own ministers of finance. Most importantly, they both have a dangerous tendency to renege on their promises at a time when markets worry about their countries’ public finances. There is, however, one important difference: having reached €1,900bn, Italy’s public debt is so high that its potential to destabilise the world economy is way above that of Athens.
The good news, of course, is that Italy is still a solvent country. However, the interest rate on its debt is becoming ever less sustainable. The spreads between Italian and German 10-year bonds have doubled over the summer. Yesterday, they reached a euro-era record of 463 basis points and would have probably been higher if the European Central Bank was not buying Italian bonds. Although Rome can sustain high interest rates for a limited time period, this process must be halted before it becomes unmanageable. Next year Italy has to refinance nearly €300bn worth of debt. As the eurozone crisis has shown too well, once spreads have risen, they are extremely difficult to bring down.
The most troubling aspect is that this is happening even as Italy has agreed, in principle, to the structural reforms recommended by Europe and the G20. That the International Monetary Fund will monitor Rome’s progress can only be a good thing. However, this risks being undermined while the country retains its current leader. Having failed to pass reforms in his two decades in politics, Mr Berlusconi lacks the credibility to bring about meaningful change.
It would be naive to assume that, when Mr Berlusconi goes, Italy will instantly reclaim the full confidence of the markets. Clouds remain over the political future of the country and structural reforms will take time before they can affect growth rates. A change of leadership, however, is imperative. A new prime minister committed to the reform agenda would reassure the markets, which are desperate for a credible plan to end the run on the world’s fourth largest debt. This would make it easier for the European Central Bank to continue its bond-purchasing scheme, as it would make it less likely that Italy will renege on its promises.
After two decades of ineffective showmanship, the only words to say to Mr Berlusconi echo those once used by Oliver Cromwell.
In the name of God, Italy and Europe, go!


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Alla Festa Democratica di Pesaro si è svolto, l’8 settembre, un dibattito sul tema “Democrazia, formazione politica e selezione della classe dirigente”.
Hanno partecipato Alfredo Reichlin, Pierluigi Castagnetti, Anna Maria Parente (responsabile nazionale formazione politica del PD), Klaus Tovar (responsabile formazione politica della SPD), Stefano Bonaccini (segretario del PD Emilia-Romagna). A coordinare il dibattito, Stefano D’Attorre.
Il video dell’incontro dura 52’27”.

Restando in tema ma adottando un diverso punto di vista, segnaliamo la seconda edizione della Scuola di cultura politica curata dalla Casa della Cultura di Milano.
Le ragioni del corso sono illustrate sul sito della CdC.
Non si tratta di un corso di “addestramento alla politica [… volto] all’insegnamento delle tecniche con cui rivolgersi nel modo più efficace agli elettori. Questi sono strumenti utili e importanti per chi fa politica, ma la priorità, ciò che oggi davvero manca, è la la forza delle opzioni politiche e ideali e la capacità di analisi e di costruzione dei programmi. […] la formazione politica deve essere finalizzata innanzitutto alla ricerca e allo studio delle idee e dei valori che devono animare le forze politiche”.

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“Debtocracy” è il video di due registi indipendenti greci che sta diventando un must in rete.

Un’ora di ricostruzione e testimonianze per un’analisi originale della crisi del debito pubblico ellenico. Ma Argentina e Italia non sono lontane.

C’è una via d’uscita? Forse l’Ecuador può insegnarci qualcosa…

Il link al video sul sito di “Nazione Indiana”:

http://www.nazioneindiana.com/2011/06/08/debtocracy-di-katerina-kitidi-e-aris-hatzistefanou/


N.B.
: Dopo l’inizio del video, cliccate sul tasto “CC” in alto per scegliere la versione sottototitolata.

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Rieccoci. E’ il 14 luglio: siamo di nuovo sulla copertina di The Economist.

  

Quale considerazione muove ancora l’illustre settimanale ad occuparsi di noi dopo un così breve intervallo di tempo (un mese, poco più)?
Una volta di più, non c’è ragione di sentirsi onorati per questo rinnovato interesse: stavolta sono i nostri conti che non vanno, quegli stessi conti che fino a pochi giorni or sono erano in perfetta tenuta e che, a detta dei luminari che guidano il Paese, ci facevano migliori degli altri.
Attenua, per fortuna (?) il giudizio dell’Economist su di noi la preoccupazione ben più allarmante del contagio a livello europeo che la crisi potrebbe causare. A ben leggere il servizio, infatti, si scopre che il nostro caso è solo l’occasione per gettare uno sguardo su Eurolandia nel suo insieme e sulla crisi della sua moneta unica.
Degne di nota ci sembrano le indicazioni del giornale sui tardivi e faticosi provvedimenti a salvaguardia dell’euro e delle economie che l’hanno adottato.

Riportiamo la nostra traduzione dell’ultimo paragrafo dell’editoriale – “On the edge” – che il periodico britannico illustra con l’immagine di un’Italia ciondolante sul bordo di uno strapiombo, con tanto di moneta da un euro sul testone.


Che fare, dunque? Questo giornale ha sostenuto a lungo che la politica di cavarsela in qualche modo deve essere sostituita da una strategia a largo respiro basata su tre fattori: riduzione del debito per i paesi insolventi, ricapitalizzazione delle banche in sofferenza da ristrutturazione, creazione di una barriera di difesa tra gli insolventi e il resto della comunità europea.
Il primo deve cominciare dalla Grecia, paese in evidente bancarotta. Comunque sia ristrutturato il suo debito, la Grecia finirà nell’insolvenza e pertanto dovranno essere rifinanziate le sue banche. I risultati degli esami di tenuta (stress tests) appena eseguiti mostrano in quale direzione e misura ciò vada fatto. Non è escluso che un indirizzo simile vada preso presto anche per Portogallo e Irlanda.
Il compito di creare una barriera di protezione (firewall) intorno al nucleo dei paesi solventi, Spagna e Italia compresi, va condiviso tra quelli a rischio e l’Eurozona nel suo complesso. Dopo una rapida approvazione della la manovra, l’Italia deve mettere mano urgentemente alle riforme strutturali in perenne ritardo. La sfida non è tanto quella di stringere la cinghia di un bilancio comunque improntato all’austerità, quanto quella di riprendere una decisa crescita economica. Nel breve la BCE può aiutare con acquisti massicci di obbligazioni italiane, […] ma alla lunga l’Eurozona dovrà dilatare il Fondo di Stabilità Finanziaria con l’emissione di Eurobonds da essa stessa garantiti.
Quest’ultimo è un passo di grande rilevanza politica, specie per la signora Merkel. La Germania ha sempre avversato ogni soluzione che prevedesse trasferimenti illimitati agli sconsiderati paesi meridionali, opinione questa fatta propria da altre economie del Nord Europa, non da ultimo per il motivo che tali garanzie potrebbero accrescere il costo del loro denaro. Una conseguenza senz’altro poco piacevole. Ma l’alternativa potrebbe essere la fine dell’euro. E’ questa la durissima lezione di questa settimana.

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Guido Viale sul manifesto del 12 luglio

Tanto tuonò che piovve

Tanto tuonò che piovve. Messa a confronto con la potenza della finanza internazionale, la situazione dell’Italia si rivela ormai ben poco differente da quella della Grecia. Non importa che i cosiddetti «fondamentali» dell’economia siano differenti. La finanza internazionale ha ormai la forza e gli strumenti, se lo volesse, per mettere alle corde persino la Germania. È da mesi che gli economisti lo sanno (o lo temono). Ma non lo dicono, per scaramanzia. Al massimo lo accennano: ma solo per chiedere più lacrime (le loro: di coccodrillo) e più sangue (quello di chi non ne ha quasi più).

Il problema è che non sanno che altro dire.

Mario Draghi, per esempio, ha affermato che non ci sono precedenti di fallimento (default) di uno Stato da cui trarre insegnamenti. Intanto non è vero e, vista la posizione che andrà a occupare, sarebbe meglio che anche lui – e non solo lui – studiasse meglio il problema. Perché non c’è solo la Grecia, né solo gli Stati membri più deboli – i cosiddetti PIGS, a cui ora si è aggiunta anche l’Italia: PIIGS – a essere a rischio. Persino Obama teme il default: e non ha solo il problema, anche lui, dei tagli di bilancio: tra un po’ deve rinegoziare una fetta di debito e potrebbe non trovar più sottoscrittori disponibili come un tempo, poi deve confermare l’ultimo stock di moneta creata dal nulla: una cosa (che adesso si chiama quantitave easing) con cui gli Stati Uniti hanno dominato l’economia mondiale per sessant’anni, ma che non è detto gli riesca ancora. Neanche la Francia naviga in buone acque. E la Germania, locomotiva d’Europa, vive di export verso il resto del continente e verso la Cina. Ma se metà dei paesi membri dell’Ue sarà messa alle strette la bonanza tedesca potrebbe finire. E neanche la Cina va più tanto bene: scioperi, rivolte, aumenti salariali vertiginosi, inflazione, «bolle» finanziarie. Ben scavato vecchia talpa, direbbe Marx. Se sullo sfondo non ci fosse una crisi ambientale di dimensioni planetarie. Insomma: non c’è «aria di crisi». C’è un uragano in arrivo. Per mesi gli economisti hanno trattato Tremonti come un baluardo contro il default del paese: solo perché lui sostiene di esserlo. Ma è un ministro – il secondo della serie – che non si accorge nemmeno che la casa dove abita viene pagata, vendendo cariche pubbliche a suon di tangenti, da una persona con cui (e con la cui compagna) lui lavora da anni gomito a gomito. Affidereste a quest’uomo i vostri risparmi?

Qualcuno però ha trovato la soluzione: azzerare tutto il deficit pubblico subito. “Lacrime e sangue” ora e non tra due anni: così Perotti e Zingales su IlSole24ore di sabato scorso. Tagliare subito pensioni, sussidi alle imprese, costi della politica; e giù con le privatizzazioni. Che originalità! Segue un bell’elenco di “roba” – aziende e servizi pubblici – da vendere subito (per decenza non hanno citato anche l’acqua). Per le manovre “intelligenti”, aggiungono gli autori, non c’è tempo. Infatti la loro proposta non è una manovra intelligente. Intanto, in queste condizioni, vendere vuol dire svendere. E azzerare il deficit non è possibile, perché poi, anche se non si emettono nuovi titoli, bisognerà rinegoziare quelli in scadenza; i tassi li farà la finanza con le sue società di rating; e non saranno certo quelli di prima. Così il deficit si ricrea di continuo, in una rincorsa senza fine. Prima o dopo il default arriva. Naturalmente, per mettere alle corde pensionati, lavoratori e welfare, e svendere il paese, ci vuole il “consenso”, ci avvertono gli autori. Per loro il consenso è il “coinvolgimento dell’opposizione”. Forse ci sarà; ma non servirà a niente.

Perché il consenso è un’altra cosa: è il coinvolgimento delle donne e degli uomini che hanno animato l’ultima annata di resistenza nelle fabbriche, di mobilitazioni nelle piazze, di occupazione di scuole e università, di campagne referendarie, di elezioni amministrative, di processi molecolari per ricostruire una solidarietà distrutta dal liberismo e dal degrado politico, morale e culturale del paese. E’ il popolo degli indignados, che ormai, con i nomi e le proposte più diverse, ha invaso la scena anche in Italia: forse con una solidità persino maggiore, dovuta a una storia più lunga, che risale indietro nel tempo, fino al G8 di Genova; e forse anche a prima. Un popolo che quel consenso non lo darà mai.

Se per Perotti e Zingales il problema è “far presto”, per altri economisti continua invece a essere la crescita: non quella che permette di ricostituire redditi e occupazione strangolati; ma quella necessaria per ricostituire un “avanzo primario” nei conti pubblici, con cui azzerare il deficit e cominciare a ripagare il debito ai pescecani della finanza internazionale; ben nascosti dietro chi ha investito in Bot qualche migliaia di euro. Questi economisti li rappresenta tutti Paolo Guerrieri sull’Unità del 10.7: “Il paese è fragile – spiega – ma la ricetta per la crescita la conosciamo tutti”. E qual è? “Concorrenza, nuove infrastrutture (il Tav?), ricerca (di che?), liberalizzazione (forse voleva dire “privatizzazione”) dei servizi (anche dell’acqua?). Cose che sappiamo – aggiunge – ce l’hanno consigliate tutti”. Paolo Guerrieri ha appreso questa ricetta dall’economia mainstream e probabilmente continuerà a insegnarla ai suoi allievi per tutto il resto della sua vita. Pensa che per tornare alla crescita, che per lui è la “normalità”, basti premere un bottone; perché il disastro attuale è solo una sua momentanea interruzione: non si sa se dovuta agli “eccessi” della finanza o all’inettitudine di Berlusconi.

Ma le cose non stanno così. In un mondo al cappio, è la finanza internazionale che fa le “politiche economiche”. Quelle che vedete. Gli Stati non ne fanno più; o ne fanno solo più quel poco che la finanza gli permette di fare; a condizione di poter continuare a speculare e a mandare in malora il pianeta. Anche “la crescita”, ormai, le interessa solo fino a un certo punto; se non c’è, poco male: per lo meno finché restano pensioni, salari, welfare, servizi pubblici e beni comuni da saccheggiare. Non è la prima volta nella storia che questo succede. Anche Luigi XIV, il Re Sole, diceva: dopo di me, il diluvio.

Adesso sta a noi – a tutti gli “indignati” che non accettano questo stato di cose e questo futuro – ricostruire dal basso quello che Stati e Governi non sono più in grado di promuovere; e nemmeno di concepire. Cioè il progetto di una società, di un sistema produttivo e di modelli di consumo condivisi, più equi, più sobri, più efficienti, più onesti; ma soprattutto le strade da percorrere – itinerari mai tracciati – per realizzarli. E tutto in un mondo che sarà sempre più – e a breve – cosparso di macerie: sociali, ambientali e morali. Ma anche di reazioni furibonde e, verosimilmente, violente (basta pensare all’occupazione militare della Valle di Susa per imporre il “loro” modello di crescita; o a quella della Campania per imporre la “loro” gestione dei rifiuti). Non sarà una passeggiata per nessuno.

Un programma per realizzare quel progetto oggi non c’è; e non c’è il “soggetto” – per usare un’espressione ormai logora – per elaborarlo e portarlo avanti. Non a caso. Perché è un programma irrinunciabilmente plurale; che può nascere solo dal concorso di mille iniziative dal basso, se saranno in grado di tradursi in proposte che consentano un coordinamento e se avranno la capacità di imporsi con la forza della ragione e dei numeri. Ci aiuta il fatto che per ciascuno di noi l’agire locale è sempre orientato da un pensiero globale. L’opposto di quello che fanno i Governi e le forze che li sorreggono. Provocano disastri globali in nome di convenienze dettate da un meschino pensiero locale. La disfatta delle cosiddetta governance europea non è altro.

Tra i criteri ispiratori della nostra progettualità c’è innanzitutto un salto concettuale: nell’era industriale lo “sviluppo” economico è stato promosso e diretto dall’aumento della produttività del lavoro. Che è andata talmente avanti che oggi è praticamente impossibile misurare il valore di un bene con la quantità di lavoro che esso contiene, anche se ci sono ancora – e sono tanti – dinosauri come Marchionne che lasciano credere di poter battere la concorrenza tedesca o cinese rubando agli operai dieci minuti di pausa, qualche ora di straordinario, o qualche giorno di malattia. Tutto ciò è avvenuto a scapito dell’ambiente e delle sue risorse, saccheggiate come se non avessero mai fine. Da ora in poi, invece, si tratta di valorizzare le risorse ambientali e renderle sempre più produttive: con la condivisione, la sobrietà, l’efficienza, il riciclo, le fonti rinnovabili, la biodiversità (ecco un modo di distinguere la ricerca che vogliamo dalle vuote declamazioni in suo favore). Perché è dall’uso più accorto delle risorse che dipenderà anche la produttività del lavoro, che non può più essere misurata in giorni, ore, minuti e secondi; ma solo con il grado di cooperazione e condivisione che quell’uso saprà sviluppare.

(guidoviale@blogspot.com)

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“Avanti popolo. Il PCI nella storia d’Italia”:
è libero l’ingresso alla mostra che – dopo le tappe di Roma, Livorno e Genova – arriva a Milano.

Dal 16 giugno al 10 luglio 2011, alla Triennale Bovisa di via Lambruschini 31, un’esposizione ricca di fonti documentarie e di percorsi narrativi – immagini, audiovisivi, manifesti, postazioni digitali, fumetti, opere grafiche – racconta settant’anni di storia del nostro Paese e, nella sede milanese, del PCI cittadino e lombardo.
Una storia che parte dalla Livorno del 21 gennaio 1921 e si conclude nella Rimini del 4 febbraio 1991.

Una fitta serie di incontri, presentazioni e convegni incornicia e arricchisce l’esposizione.

Dal sito della mostra:


La storia di un partito, ha scritto Gramsci nei Quaderni del carcere, è storia del suo paese «da un punto di vista monografico».

Questa mostra, quindi, racconta settant’anni di storia d’Italia documentando la parte ed il ruolo che vi ebbe il Pci dalla sua fondazione a Livorno il 21 gennaio 1921, sotto la guida di Bordiga, alla nascita del Partito democratico della sinistra, a Rimini, il 4 febbraio 1991.
Ma la storia del Novecento, scriveva ancora Gramsci, è «storia mondiale», e solo convenzionalmente si può scrivere la storia nazionale, a patto che se ne sappiano cogliere le relazioni con la storia internazionale.
La storia del Pci che qui si racconta è quindi storia dell’Italia nello scenario della storia internazionale del XX secolo.

La mostra è basata essenzialmente sul patrimonio archivistico e documentale della Fondazione Istituto Gramsci e della Fondazione Cespe, che sono depositarie degli archivi del Pci.
Si presentano perciò soprattutto materiali accumulati e conservati nel tempo dal partito stesso, che rappresentano una testimonianza della memoria da esso elaborata e trasmessa.
Si potrebbe dire che nella mostra il Pci viene raccontato attraverso se stesso e attraverso le tracce documentali che dirigenti, militanti e popolo hanno lasciato.
Sono inoltre esibiti materiali selezionati dall’archivio de l’Unità, dall’archivio del Crs, dall’archivio della Fondazione Di Vittorio, dall’archivio dell’Udi, dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio, dall’Istituto Luce, dagli archivi della Rai.

Il Pci nacque come «sezione italiana» dell’Internazionale comunista, creata tramite una scissione minoritaria del Partito socialista italiano.
La sua vicenda fu segnata dalla lunga clandestinità e dall’esilio dopo la fascistizzazione dello Stato italiano realizzata da Mussolini nel 1926, che ebbe tra le sue conseguenze la carcerazione di Gramsci.
Solo con la seconda guerra mondiale divenne un protagonista influente della vita politica italiana.
Gli scioperi del 1943 e del 1944, la «svolta di Salerno», la Resistenza e la guerra di liberazione cambiarono il rapporto fra le classi lavoratrici e la nazione italiana.

La Repubblica e la Costituzione furono conquiste decisive anche dei comunisti e, cambiando l’Italia, cambiarono anche il Pci.
«Partito nuovo» lo chiamò Togliatti nel 1944, con l’obiettivo di creare un partito di governo della nuova classe dirigente forgiata nella rivoluzione antifascista.
«I partiti sono la democrazia che si organizza, la democrazia che si afferma» diceva Togliatti alla Costituente, e il Pci divenne un partito di massa di dimensioni eccezionali, attrezzato sia per le battaglie parlamentari che per le mobilitazioni collettive.
Un partito che aveva l’ambizione di cambiare alcuni caratteri originari della nazione italiana: il dualismo Nord-Sud, l’arretratezza industriale, il carattere limitato della cittadinanza, le tradizioni culturali dell’Italia liberale e fascista, i rapporti fra intellettuali e popolo, governanti e governati, dirigenti e diretti.
La Costituzione divenne il suo programma.

Le lotte per la terra, per la pace, per il lavoro, l’emancipazione femminile, i diritti sociali, la difesa e lo sviluppo della democrazia furono il suo vessillo.
Nell’Italia repubblicana la storia del Pci diviene quindi parte essenziale non solo della storia politica, ma anche della storia sociale e culturale degli italiani.
Nello stesso tempo, il Pci fu parte integrante della storia del comunismo internazionale.
Il suo rapporto con l’Unione Sovietica configurò a lungo un “legame di ferro”.
Togliatti fu un dirigente del movimento comunista internazionale fin dagli anni Trenta e stabilì con Stalin una stretta relazione.
Nella spaccatura dell’Europa e della società italiana provocata dalla guerra fredda, il legame organico con il blocco sovietico continuò ad avere per il Pci un peso rilevante anche dopo la morte di Stalin e dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956.
Fu dal 1968 in avanti, dopo la repressione della “primavera di Praga”, su impulso di Longo e di Berlinguer, che il Pci divenne il più grande partito comunista d’Occidente e realizzò un progressivo distacco dal comunismo sovietico.

Con il «compromesso storico» e l’«eurocomunismo», il Pci di Berlinguer raggiunse il più alto livello di consenso nazionale e di risonanza internazionale della sua storia.
Sotto la direzione di Natta, si proclamò «parte integrante della sinistra europea».
Fu l’unico partito comunista occidentale a restare egemone nella sinistra del proprio paese fino al 1989.
Dopo la caduta del muro di Berlino, sotto la guida di Occhetto, nacque il Partito democratico della Sinistra, un partito dell’Internazionale socialista, fondatore del Partito del socialismo europeo.

 

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