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Archive for the ‘economia’ Category

La Repubblica Popolare è ormai da anni e anni logica destinazione di investimenti occidentali di grande e media misura attratti soprattutto dal basso costo della mano d’opera così come dalle enormi dimensioni di un mercato di quasi 1.5 miliardi di persone in forte crescita. Sapevate che da qualche tempo il flusso di danaro ha cominciato a prendere la via inversa, quella cioè di capitali cinesi destinati ad investimenti all’estero? Nel solo 2012 questa corrente di ritorno è valutata in oltre  $ 77 miliardi* con un aumento del 12.6% rispetto all’anno precedente in presenza simultanea di una ritirata generale degli investimenti occidentali in ragione della crisi in corso.

Intendiamoci, queste cifre sono ancora poca cosa rispetto al totale degli investimenti nei grandi Paesi (es. dal 2005 la Cina non è andata oltre i $ 50 mld negli SU, pari a meno del 2%). Più significativi quelli avvenuti nei Paesi del Pacifico nello stesso periodo (es 8.5% in Australia, 11.2% in Indonesia) Curiosamente si calcola che almeno $ 200 mld non siano stati fatti dalla Cina a causa di ostacoli politici e burocratici frapposti dai governi al loro ingresso. L’addebito principale addotto essendo la natura statale della maggior parte delle aziende investitrici che tenderebbe ad alterare i liberi mercati dell’Occidente.

Senonchè da un lato le imprese private cinesi vanno aumentando (10% l’anno scorso), dall’altro, sostiene un dirigente di una grande Banca di laggiù, non difettano certo scelte alternative per i loro grandi progetti e disponibilità finanziarie: Asia, Africa e America Latina mostrano grande disponibilità di accoglienza per quegli investimenti produttivi e quanto ottengono loro puntualmente perdiamo noi nell’emisfero nord del mondo. Semplice la riflessione: non potrebbe il ns Paese, tanto a corto di lavoro e di prospettive economiche a breve e medio termine, coordinare gli sforzi per attrarre in Italia una parte selezionata di quel grande potenziale? O ci interessano di più i soldi degli Emiri del Golfo destinati in generale solo a impieghi finanziari?

Max                            *dati tratti da The Economist Genn 19-25 2013

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Il vero problema è che hanno tutti ragione.

I pensionati al minimo e quelli con quiescenze dignitose che se le vedono ridurre.
I dipendenti pubblici con il posto fisso e lo stipendio bloccato e quelli precari o in attesa di un fantomatico concorso.
I giovani che vogliono costruirsi una vita degna e i vecchi che vogliono vivere ancora un po’ con dignità.
I commessi che non vogliono lavorare il Primo Maggio e i clienti che vogliono i negozi sempre aperti.
I pedoni e gli automobilisti.
I padroni di casa e gli affittuari.
I passeggeri dei treni e i ferrovieri.

II capolavoro di questa società, quella nella quale siamo capitati, è aver creato una contrapposizione insolubile fra le persone.
Perché io non voglio andare in pensione a settant’anni con 500 euro al mese, io non voglio che l’operaio licenziato venga riassunto, io non voglio fare il turno di notte senza incentivo, io non voglio un Pronto soccorso sguarnito, io non voglio pagare un affitto esagerato, io non voglio pagare una tassa esosa sulla mia casa.

Io, però, non voglio star bene a scapito di qualcuno che sta male. E non voglio che qualcuno stia bene perché io sto male.

E’ chiedere troppo?

 

bb

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I dati Eurostat su stipendi e costo del lavoro in Europa, diffusi il 26 febbraio, vedono l’Italia nella zona bassa della classifica: sotto la Spagna e – orrore – sotto la Grecia (sebbene pre default).

I dati sono contenuti nel rapporto Labour Market Statistics, che mette a confronto i redditi del 2009 pagati dalle imprese con almeno dieci dipendenti operanti nei settori dell’industria, delle costruzioni, del commercio e dei servizi.

Con una retribuzione media di 23.406 euro lordi all’anno, i lavoratori dipendenti italiani guadagnano meno della metà degli omologhi lussemburghesi (48.914) e meno, sempre meno dei colleghi dei Paesi Bassi, della Germania, del Belgio, dell’Irlanda, della Finlandia, della Francia e dell’Austria, le cui retribuzioni annuali lorde vanno dai 33.000 ai 44.000 euro.
Guadagnano più dei dipendenti italiani anche i lavoratori greci  (che percepiscono 29.160 euro), spagnoli (26.316) e ciprioti (24.755).

Eccoci: al quintultimo posto fra sedici. Perché portoghesi, sloveni, maltesi e slovacchi hanno paghe inferiori alle nostre, e nemmeno di poco. Evviva…

Non è tutto.
Oltre a fornire i dati del 2009, il rapporto li confronta con quelli degli anni precedenti per osservare la crescita delle retribuzioni.
Ebbene: dal 2005 l’aumento in Italia è stato del 3,3% contro il +29,4% della Spagna e il +22% del Portogallo.
Anche i Paesi che partivano da livelli già alti hanno segnato passi in avanti più lunghi di quelli nostrani: Lussemburgo (+16,1%), Olanda (+14,7%), Belgio (+11,0%), Francia (+10,0%), Germania (+6,2%).
Il governo precisa – e gli crediamo – che i dati relativi all’Italia sono riferiti al 2006, a differenza di quelli degli altri Paesi che sono aggiornati al 2009 : “da tale confronto, il posizionamento relativo dell’Italia risulta in linea con la media europea, e il valore assoluto nazionale supera ampiamente quello della Spagna e ancor più il valore della Grecia”.

Ottimo. Consoliamoci anche con la notizia che ci vede in ottima posizione per quanto riguarda la differenza di retribuzione fra donne e uomini.
Tutte e tutti guadagnano poco, in Italia.

 

RETRIBUZIONE LORDA ANNUA IN EURO
Lussemburgo 48.914
Paesi Bassi 44.412
Germania 41.100
Belgio 40.698
Irlanda 39.858
Finlandia 39.197
Francia 33.574
Austria 33.384
Grecia 29.160
Spagna 26.316
Cipro 24.775
Italia 23.406
Portogallo 17.129
Slovenia 16.282
Malta 16.158
Slovacchia 10.387

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Ma la riforma Ichino, di cui in questi giorni si parla tanto, cosa ha a che vedere con l’articolo 18? Quali parti verrebbe a modificare, e quali ne lascerebbe invariate?

Un interessante articolo di approfondimento (mutuato dal corriere, per questo è un pò corto) su Il Post:

http://www.ilpost.it/2011/12/20/pietro-ichino-articolo-18/

Buona lettura e buone feste!

Pigna

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Durante il soporifero primo discorso di Monti al Senato, abbiamo atteso inutilmente un serio progetto ambientale (come pure progetti rivolti ai temi non-direttamente-economici). Eppure datava solo pochi giorni la tragedia a Genova e nel levante ligure.

Pochi giorni fa, l’evento si è ripetuto nel messinese. Alla scarsa attenzione da parte del governo (in tutti gli altri paesi, ad esempio in Francia, il ministro dell’ecologia sarebbe piombato sul posto), si è unita una calata attenzione da parte dei media.

Sembra che le preoccupazioni siano solo economiche, anzi, monetaristiche, quasi che i valori umani e civili non fossero superiori a quelli economici e che la stessa economia reale di un paese non fosse in gran parte la risultante del suo livello di istruzione e di competenza scientifica e tecnologica, della salute dei suoi cittadini, del suo status ambientale, dell’efficienza della giustizia (nel caso dell’Italia, della lotta alla corruzione ed alla criminalità organizzata e non), e di molti altri fattori, ormai noti a tutti, sempre ricordati, mai risolti.
Le uniche leve sembrano essere il tasso di conto, il prelievo fiscale, la riduzione dei diritti dei cittadini e dei lavoratori (non parliamo dei pensionati …. un peso inutile).

Certi economisti e banchieri “puri” assomigliano ai medici fiscali del tempo che fu: si misurava la febbre; se non c’era, il paziente stava bene e poteva andare a lavorare.
Peccato che si possa morire anche senza febbre.

GdC

 

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E’ questa la fine?, si chiede The Economist del 26 novembre – e intende: la fine dell’Euro, della moneta unica.
Sono, queste, ore inquiete.
Cosa ci separa dalla recessione?
O siamo, noi europei, già in fiamme?

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Siamo ancora a un passo dal baratro.
Siamo ancora un Paese i cui titoli devono pagare tassi altissimi per essere – forse – acquistati, perché ne valga la pena.
Siamo un Paese in cui non c’è denaro disponibile: le banche non ne prestano perché, semplicemente, non ne hanno – e comunque il denaro non circola se manca la fiducia nella sua futura restituzione.
E’ un Paese, il nostro, che non ha più fiducia nella sua classe politica. Se mai ne ha avuta.
Ma vorrebbe averne, finalmente. Perché di cosa ha bisogno, se non di fiducia?
Potrebbe tornare a sperare.
Per esempio, tornerebbe a sperare se il governo Monti desse un segnale importante: tagliando i costi della politica.
Le indennità e il numero dei parlamentari, per esempio.
Per prima cosa, per piacere.
Sarebbe molto, moltissimo.
Perché abbiamo capito, siamo consapevoli che dobbiamo fare dei sacrifici.
Li faremo.
Ma il “dobbiamo”, il “li faremo” dovrebbero riguardare tutti.
Proprio tutti.
E senza mettere i giovani contro i vecchi, per piacere.

Barbara

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Rieccoci. E’ il 14 luglio: siamo di nuovo sulla copertina di The Economist.

  

Quale considerazione muove ancora l’illustre settimanale ad occuparsi di noi dopo un così breve intervallo di tempo (un mese, poco più)?
Una volta di più, non c’è ragione di sentirsi onorati per questo rinnovato interesse: stavolta sono i nostri conti che non vanno, quegli stessi conti che fino a pochi giorni or sono erano in perfetta tenuta e che, a detta dei luminari che guidano il Paese, ci facevano migliori degli altri.
Attenua, per fortuna (?) il giudizio dell’Economist su di noi la preoccupazione ben più allarmante del contagio a livello europeo che la crisi potrebbe causare. A ben leggere il servizio, infatti, si scopre che il nostro caso è solo l’occasione per gettare uno sguardo su Eurolandia nel suo insieme e sulla crisi della sua moneta unica.
Degne di nota ci sembrano le indicazioni del giornale sui tardivi e faticosi provvedimenti a salvaguardia dell’euro e delle economie che l’hanno adottato.

Riportiamo la nostra traduzione dell’ultimo paragrafo dell’editoriale – “On the edge” – che il periodico britannico illustra con l’immagine di un’Italia ciondolante sul bordo di uno strapiombo, con tanto di moneta da un euro sul testone.


Che fare, dunque? Questo giornale ha sostenuto a lungo che la politica di cavarsela in qualche modo deve essere sostituita da una strategia a largo respiro basata su tre fattori: riduzione del debito per i paesi insolventi, ricapitalizzazione delle banche in sofferenza da ristrutturazione, creazione di una barriera di difesa tra gli insolventi e il resto della comunità europea.
Il primo deve cominciare dalla Grecia, paese in evidente bancarotta. Comunque sia ristrutturato il suo debito, la Grecia finirà nell’insolvenza e pertanto dovranno essere rifinanziate le sue banche. I risultati degli esami di tenuta (stress tests) appena eseguiti mostrano in quale direzione e misura ciò vada fatto. Non è escluso che un indirizzo simile vada preso presto anche per Portogallo e Irlanda.
Il compito di creare una barriera di protezione (firewall) intorno al nucleo dei paesi solventi, Spagna e Italia compresi, va condiviso tra quelli a rischio e l’Eurozona nel suo complesso. Dopo una rapida approvazione della la manovra, l’Italia deve mettere mano urgentemente alle riforme strutturali in perenne ritardo. La sfida non è tanto quella di stringere la cinghia di un bilancio comunque improntato all’austerità, quanto quella di riprendere una decisa crescita economica. Nel breve la BCE può aiutare con acquisti massicci di obbligazioni italiane, […] ma alla lunga l’Eurozona dovrà dilatare il Fondo di Stabilità Finanziaria con l’emissione di Eurobonds da essa stessa garantiti.
Quest’ultimo è un passo di grande rilevanza politica, specie per la signora Merkel. La Germania ha sempre avversato ogni soluzione che prevedesse trasferimenti illimitati agli sconsiderati paesi meridionali, opinione questa fatta propria da altre economie del Nord Europa, non da ultimo per il motivo che tali garanzie potrebbero accrescere il costo del loro denaro. Una conseguenza senz’altro poco piacevole. Ma l’alternativa potrebbe essere la fine dell’euro. E’ questa la durissima lezione di questa settimana.

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Guido Viale sul manifesto del 12 luglio

Tanto tuonò che piovve

Tanto tuonò che piovve. Messa a confronto con la potenza della finanza internazionale, la situazione dell’Italia si rivela ormai ben poco differente da quella della Grecia. Non importa che i cosiddetti «fondamentali» dell’economia siano differenti. La finanza internazionale ha ormai la forza e gli strumenti, se lo volesse, per mettere alle corde persino la Germania. È da mesi che gli economisti lo sanno (o lo temono). Ma non lo dicono, per scaramanzia. Al massimo lo accennano: ma solo per chiedere più lacrime (le loro: di coccodrillo) e più sangue (quello di chi non ne ha quasi più).

Il problema è che non sanno che altro dire.

Mario Draghi, per esempio, ha affermato che non ci sono precedenti di fallimento (default) di uno Stato da cui trarre insegnamenti. Intanto non è vero e, vista la posizione che andrà a occupare, sarebbe meglio che anche lui – e non solo lui – studiasse meglio il problema. Perché non c’è solo la Grecia, né solo gli Stati membri più deboli – i cosiddetti PIGS, a cui ora si è aggiunta anche l’Italia: PIIGS – a essere a rischio. Persino Obama teme il default: e non ha solo il problema, anche lui, dei tagli di bilancio: tra un po’ deve rinegoziare una fetta di debito e potrebbe non trovar più sottoscrittori disponibili come un tempo, poi deve confermare l’ultimo stock di moneta creata dal nulla: una cosa (che adesso si chiama quantitave easing) con cui gli Stati Uniti hanno dominato l’economia mondiale per sessant’anni, ma che non è detto gli riesca ancora. Neanche la Francia naviga in buone acque. E la Germania, locomotiva d’Europa, vive di export verso il resto del continente e verso la Cina. Ma se metà dei paesi membri dell’Ue sarà messa alle strette la bonanza tedesca potrebbe finire. E neanche la Cina va più tanto bene: scioperi, rivolte, aumenti salariali vertiginosi, inflazione, «bolle» finanziarie. Ben scavato vecchia talpa, direbbe Marx. Se sullo sfondo non ci fosse una crisi ambientale di dimensioni planetarie. Insomma: non c’è «aria di crisi». C’è un uragano in arrivo. Per mesi gli economisti hanno trattato Tremonti come un baluardo contro il default del paese: solo perché lui sostiene di esserlo. Ma è un ministro – il secondo della serie – che non si accorge nemmeno che la casa dove abita viene pagata, vendendo cariche pubbliche a suon di tangenti, da una persona con cui (e con la cui compagna) lui lavora da anni gomito a gomito. Affidereste a quest’uomo i vostri risparmi?

Qualcuno però ha trovato la soluzione: azzerare tutto il deficit pubblico subito. “Lacrime e sangue” ora e non tra due anni: così Perotti e Zingales su IlSole24ore di sabato scorso. Tagliare subito pensioni, sussidi alle imprese, costi della politica; e giù con le privatizzazioni. Che originalità! Segue un bell’elenco di “roba” – aziende e servizi pubblici – da vendere subito (per decenza non hanno citato anche l’acqua). Per le manovre “intelligenti”, aggiungono gli autori, non c’è tempo. Infatti la loro proposta non è una manovra intelligente. Intanto, in queste condizioni, vendere vuol dire svendere. E azzerare il deficit non è possibile, perché poi, anche se non si emettono nuovi titoli, bisognerà rinegoziare quelli in scadenza; i tassi li farà la finanza con le sue società di rating; e non saranno certo quelli di prima. Così il deficit si ricrea di continuo, in una rincorsa senza fine. Prima o dopo il default arriva. Naturalmente, per mettere alle corde pensionati, lavoratori e welfare, e svendere il paese, ci vuole il “consenso”, ci avvertono gli autori. Per loro il consenso è il “coinvolgimento dell’opposizione”. Forse ci sarà; ma non servirà a niente.

Perché il consenso è un’altra cosa: è il coinvolgimento delle donne e degli uomini che hanno animato l’ultima annata di resistenza nelle fabbriche, di mobilitazioni nelle piazze, di occupazione di scuole e università, di campagne referendarie, di elezioni amministrative, di processi molecolari per ricostruire una solidarietà distrutta dal liberismo e dal degrado politico, morale e culturale del paese. E’ il popolo degli indignados, che ormai, con i nomi e le proposte più diverse, ha invaso la scena anche in Italia: forse con una solidità persino maggiore, dovuta a una storia più lunga, che risale indietro nel tempo, fino al G8 di Genova; e forse anche a prima. Un popolo che quel consenso non lo darà mai.

Se per Perotti e Zingales il problema è “far presto”, per altri economisti continua invece a essere la crescita: non quella che permette di ricostituire redditi e occupazione strangolati; ma quella necessaria per ricostituire un “avanzo primario” nei conti pubblici, con cui azzerare il deficit e cominciare a ripagare il debito ai pescecani della finanza internazionale; ben nascosti dietro chi ha investito in Bot qualche migliaia di euro. Questi economisti li rappresenta tutti Paolo Guerrieri sull’Unità del 10.7: “Il paese è fragile – spiega – ma la ricetta per la crescita la conosciamo tutti”. E qual è? “Concorrenza, nuove infrastrutture (il Tav?), ricerca (di che?), liberalizzazione (forse voleva dire “privatizzazione”) dei servizi (anche dell’acqua?). Cose che sappiamo – aggiunge – ce l’hanno consigliate tutti”. Paolo Guerrieri ha appreso questa ricetta dall’economia mainstream e probabilmente continuerà a insegnarla ai suoi allievi per tutto il resto della sua vita. Pensa che per tornare alla crescita, che per lui è la “normalità”, basti premere un bottone; perché il disastro attuale è solo una sua momentanea interruzione: non si sa se dovuta agli “eccessi” della finanza o all’inettitudine di Berlusconi.

Ma le cose non stanno così. In un mondo al cappio, è la finanza internazionale che fa le “politiche economiche”. Quelle che vedete. Gli Stati non ne fanno più; o ne fanno solo più quel poco che la finanza gli permette di fare; a condizione di poter continuare a speculare e a mandare in malora il pianeta. Anche “la crescita”, ormai, le interessa solo fino a un certo punto; se non c’è, poco male: per lo meno finché restano pensioni, salari, welfare, servizi pubblici e beni comuni da saccheggiare. Non è la prima volta nella storia che questo succede. Anche Luigi XIV, il Re Sole, diceva: dopo di me, il diluvio.

Adesso sta a noi – a tutti gli “indignati” che non accettano questo stato di cose e questo futuro – ricostruire dal basso quello che Stati e Governi non sono più in grado di promuovere; e nemmeno di concepire. Cioè il progetto di una società, di un sistema produttivo e di modelli di consumo condivisi, più equi, più sobri, più efficienti, più onesti; ma soprattutto le strade da percorrere – itinerari mai tracciati – per realizzarli. E tutto in un mondo che sarà sempre più – e a breve – cosparso di macerie: sociali, ambientali e morali. Ma anche di reazioni furibonde e, verosimilmente, violente (basta pensare all’occupazione militare della Valle di Susa per imporre il “loro” modello di crescita; o a quella della Campania per imporre la “loro” gestione dei rifiuti). Non sarà una passeggiata per nessuno.

Un programma per realizzare quel progetto oggi non c’è; e non c’è il “soggetto” – per usare un’espressione ormai logora – per elaborarlo e portarlo avanti. Non a caso. Perché è un programma irrinunciabilmente plurale; che può nascere solo dal concorso di mille iniziative dal basso, se saranno in grado di tradursi in proposte che consentano un coordinamento e se avranno la capacità di imporsi con la forza della ragione e dei numeri. Ci aiuta il fatto che per ciascuno di noi l’agire locale è sempre orientato da un pensiero globale. L’opposto di quello che fanno i Governi e le forze che li sorreggono. Provocano disastri globali in nome di convenienze dettate da un meschino pensiero locale. La disfatta delle cosiddetta governance europea non è altro.

Tra i criteri ispiratori della nostra progettualità c’è innanzitutto un salto concettuale: nell’era industriale lo “sviluppo” economico è stato promosso e diretto dall’aumento della produttività del lavoro. Che è andata talmente avanti che oggi è praticamente impossibile misurare il valore di un bene con la quantità di lavoro che esso contiene, anche se ci sono ancora – e sono tanti – dinosauri come Marchionne che lasciano credere di poter battere la concorrenza tedesca o cinese rubando agli operai dieci minuti di pausa, qualche ora di straordinario, o qualche giorno di malattia. Tutto ciò è avvenuto a scapito dell’ambiente e delle sue risorse, saccheggiate come se non avessero mai fine. Da ora in poi, invece, si tratta di valorizzare le risorse ambientali e renderle sempre più produttive: con la condivisione, la sobrietà, l’efficienza, il riciclo, le fonti rinnovabili, la biodiversità (ecco un modo di distinguere la ricerca che vogliamo dalle vuote declamazioni in suo favore). Perché è dall’uso più accorto delle risorse che dipenderà anche la produttività del lavoro, che non può più essere misurata in giorni, ore, minuti e secondi; ma solo con il grado di cooperazione e condivisione che quell’uso saprà sviluppare.

(guidoviale@blogspot.com)

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Una serie di avvenimenti importanti per l’avvenire del Paese domina in questi giorni l’attenzione dei media e sconcerta non poco la gente comune.

Tra i più vistosi e variamente recensiti vale la pena di ricordarne alcuni.


I rifiuti a Napoli

Di chi la colpa dell’incredibile situazione nella quale è precipitata la città?
Come risolvere il problema dopo i tanti scaricabarile e annunci miracolistici miseramente falliti?
Come non vedere che l’accaduto ha ormai rilevanza nazionale e a che a quel livello va avviato a soluzione?

 

La riforma fiscale

Preme alle porte per la vulnerabilità del quadro economico-finanziario italiano, che ci tallona tutti da vicino.
Il manovratore è Tremonti, ma la sua prudenza non sembra condivisa da altri esponenti della maggioranza, che spingono invece verso un disperato recupero di voti attraverso una rischiosa riduzione fiscale.
Rialzo dell’IVA, aumento del prelievo sulle rendite, taglio drastico ai costi della politica, rimpasto di aliquote e detrazioni, patrimoniale, rilancio della caccia all’evasore sono tra le misure più discusse e variamente pesate della riforma.
Cosa ci riserverà alla fine questo governo?

 

La P4 di Bisignani

Cosa ha reso possibile che un individuo, fino a ieri sconosciuto ai più, divenisse uno strapotente faccendiere capace di condizionare le istituzioni democratiche ai suoi punti nodali?
Quali le misure da approntare affinché il caso non si ripeta, quali controlli mettere in campo per fermare l’infezione al suo nascere?

 

I travagli dell’opposizione

Il clima di risveglio politico improvviso scandito dall’esito delle due consultazioni popolari stravinte contro il governo in carica sembra ancora faticare a trovare una convincente traduzione nell’iniziativa dell’opposizione.
PD, Sel e IdV – obbligati compagni di viaggio – non hanno ancora né un programma, né un’organica coalizione né un leader comune
E’ troppo presto? Gli italiani non sono ancora pronti?
O sono i partiti del centro-sinistra a essere in ritardo rispetto al Paese reale?
E il terzo incomodo, il Polo di Centro, che fa? Sta ancora alla finestra? Fino a quando continuerà a scegliere di non scegliere?

 

Troppe domande?
O a ben vedere si tratta di un limitato campionario degli interrogativi che la gente, a ragione, oggi si pone sugli sbocchi che possono avere questi fatti nella vita di ognuno?

 
Qual è il vostro punto di vista?
Avete un’opinione su uno o più di questi temi?
Scrivetela nel box “Lascia un commento”. Poi selezionate il tasto “Guest”: inserite un indirizzo e-mail (che non sarà reso pubblico) e il  nome con cui intendete firmare il vostro intervento.

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