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Archive for the ‘Crisi’ Category

1.
Nell’intervista di Fabio Fazio a Elsa Fornero (Che tempo che fa del 18 marzo) una domanda è rimasta senza risposta.
E’ proprio necessario, ha chiesto Fazio, affrontare questo momento di crisi cominciando dai dipendenti, dagli impiegati, dagli stipendi da 1.200 euro al mese?
Risposta, nessuna.

2.
La seconda domanda è dello stesso tenore.
Riguarda il Monte dei Paschi di Siena, (ancora?) terza banca d’Italia, che annuncia il taglio delle gratifiche di fine anno e propone la rinuncia a un giorno di ferie ai dipendenti come pegno da pagare per la mancata produttività del gruppo.
I dipendenti hanno lavorato come sempre; le scelte sbagliate del management dovranno pagarle loro?
Anche questa domanda aspetta una risposta.

 

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“Debtocracy” è il video di due registi indipendenti greci che sta diventando un must in rete.

Un’ora di ricostruzione e testimonianze per un’analisi originale della crisi del debito pubblico ellenico. Ma Argentina e Italia non sono lontane.

C’è una via d’uscita? Forse l’Ecuador può insegnarci qualcosa…

Il link al video sul sito di “Nazione Indiana”:

http://www.nazioneindiana.com/2011/06/08/debtocracy-di-katerina-kitidi-e-aris-hatzistefanou/


N.B.
: Dopo l’inizio del video, cliccate sul tasto “CC” in alto per scegliere la versione sottototitolata.

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Rieccoci. E’ il 14 luglio: siamo di nuovo sulla copertina di The Economist.

  

Quale considerazione muove ancora l’illustre settimanale ad occuparsi di noi dopo un così breve intervallo di tempo (un mese, poco più)?
Una volta di più, non c’è ragione di sentirsi onorati per questo rinnovato interesse: stavolta sono i nostri conti che non vanno, quegli stessi conti che fino a pochi giorni or sono erano in perfetta tenuta e che, a detta dei luminari che guidano il Paese, ci facevano migliori degli altri.
Attenua, per fortuna (?) il giudizio dell’Economist su di noi la preoccupazione ben più allarmante del contagio a livello europeo che la crisi potrebbe causare. A ben leggere il servizio, infatti, si scopre che il nostro caso è solo l’occasione per gettare uno sguardo su Eurolandia nel suo insieme e sulla crisi della sua moneta unica.
Degne di nota ci sembrano le indicazioni del giornale sui tardivi e faticosi provvedimenti a salvaguardia dell’euro e delle economie che l’hanno adottato.

Riportiamo la nostra traduzione dell’ultimo paragrafo dell’editoriale – “On the edge” – che il periodico britannico illustra con l’immagine di un’Italia ciondolante sul bordo di uno strapiombo, con tanto di moneta da un euro sul testone.


Che fare, dunque? Questo giornale ha sostenuto a lungo che la politica di cavarsela in qualche modo deve essere sostituita da una strategia a largo respiro basata su tre fattori: riduzione del debito per i paesi insolventi, ricapitalizzazione delle banche in sofferenza da ristrutturazione, creazione di una barriera di difesa tra gli insolventi e il resto della comunità europea.
Il primo deve cominciare dalla Grecia, paese in evidente bancarotta. Comunque sia ristrutturato il suo debito, la Grecia finirà nell’insolvenza e pertanto dovranno essere rifinanziate le sue banche. I risultati degli esami di tenuta (stress tests) appena eseguiti mostrano in quale direzione e misura ciò vada fatto. Non è escluso che un indirizzo simile vada preso presto anche per Portogallo e Irlanda.
Il compito di creare una barriera di protezione (firewall) intorno al nucleo dei paesi solventi, Spagna e Italia compresi, va condiviso tra quelli a rischio e l’Eurozona nel suo complesso. Dopo una rapida approvazione della la manovra, l’Italia deve mettere mano urgentemente alle riforme strutturali in perenne ritardo. La sfida non è tanto quella di stringere la cinghia di un bilancio comunque improntato all’austerità, quanto quella di riprendere una decisa crescita economica. Nel breve la BCE può aiutare con acquisti massicci di obbligazioni italiane, […] ma alla lunga l’Eurozona dovrà dilatare il Fondo di Stabilità Finanziaria con l’emissione di Eurobonds da essa stessa garantiti.
Quest’ultimo è un passo di grande rilevanza politica, specie per la signora Merkel. La Germania ha sempre avversato ogni soluzione che prevedesse trasferimenti illimitati agli sconsiderati paesi meridionali, opinione questa fatta propria da altre economie del Nord Europa, non da ultimo per il motivo che tali garanzie potrebbero accrescere il costo del loro denaro. Una conseguenza senz’altro poco piacevole. Ma l’alternativa potrebbe essere la fine dell’euro. E’ questa la durissima lezione di questa settimana.

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