Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Articolo 18’ Category

L’ultima sparata (pardon: ‘esternazione’) della Marcegaglia sull’articolo 18 costringe a richiamare la sua precedente richiesta ai Sindacati di non proteggere operai ladri e lavativi. Chiedeva poco. Ed è stata accontentata ante litteram, poiché ciò non è mai avvenuto.

Noi a lei ed ai suoi successori chiediamo molto di più. Chiediamo che nessun imprenditore sfrutti i dipendenti, prenda a gabbo i consumatori, inquini l’ambiente. Che nessuno cementifichi il Bel Paese, devasti le coste, dia i rifiuti tossici a chi li sparge nei campi e nelle cave. Che nessuno risparmi sull’anti-infortunistica, o faccia pressione affinché le normative siano attenuate. Che nessuno fabbrichi beni insicuri o pericolosi, né li importi. Che non ostacolino la dicitura made in Italy, per poter spacciare per itaLiani prodotti stranieri. E chiediamo tante altre cose, che non basterebbe un volume ad elencarle.

Alle multinazionali, poi chiediamo molto di più: che non distruggano le foreste, svuotino gli oceani di vita, riducano il delta del Niger ad una palude stigia, si avvantaggino di guerre locali per favorire i propri interessi.

Certo, non approviamo l’operaio che ruba un bullone. Ma nessun operaio finora è stato condannato – neppure in primo grado – per essere rimasto inerte mentre il suo padrone si ammalava di mesotelioma o rischiava di morire bruciato vivo.

GdC         

Read Full Post »

Francamente sono frastornato. Schematizzate a 3 le cause di licenziamento: discriminatoria (1), disciplinare (2), economica (3). Intanto mi domando quale imprenditore ricorrerà mai alla (1) per liberarsi di un dipendente: come dire che lo potrebbe cacciare perché antipatico, gay o troppo magro! Quanto alla (2) sa il cielo perché dovrebbe ricorrervi se prevede la possibilità di un giudizio di reintegro su appello del lavoratore, quando esiste la (3) che invece non lo contempla! In definitiva perciò, se passasse la riforma Fornero senza ritocchi, le motivazioni di licenziamento si ridurrebbero di fatto a quelle di tipo economico soltanto. Non è poi così difficile immaginarlo.
E se il lavoratore ricorresse contro il provvedimento aziendale (3) che cosa accadrebbe? Il ddl proposto al Parlamento dice che in questo caso il giudice potrebbe comminare una indennità da 15 a 27 mensilità ma non il reintegro. Ma se il lavoratore riuscisse a dimostrare l’inconsistenza o la finzione di quella motivazione a camuffarne altre non dichiarate che cosa succederebbe? Dovrebbe sì o no il giudice riconoscerne la nullità e perciò stesso farla ricadere automaticamente nella (1) o nella (2) ? E se così fosse a che cosa varrebbe questa macchinosa schematizzazione nell’infinita varietà dei casi concreti?
Il dilemma di fondo a me sembra in realtà uno solo: come ridurre al minimo i casi di rientro giudiziario per le aziende, come mantenere la facoltà del giudice a sentenziarne l’esecuzione in tutti i casi di illiceità per i lavoratori. Il governo tenta un colpo al cerchio e un colpo alla botte per cavarsi d’impaccio con la riforma Fornero ma il tentativo è maldestro a me pare. Sostituito in una misura o in un altra dal compenso di indennizzo il rientro o c’è in tutti i casi o non c’è in nessun caso come facoltà del giudice in caso di licenziamento.
Da cittadino qualunque, ma con qualche esperienza diretta alle spalle, mi sento di dire che una norma del lavoro importante come questa deve essere in primo luogo equa, chiara nonché di facile e pronta applicazione, meglio ancora se di costi certi per l’impresa ed il lavoratore. Solo così potrà aver benefici effetti sull’occupazione quando si vedrà la ripresa. Nel fattispecie non inventiamoci nulla, per carità: se il sistema tedesco funziona ed è collaudato da un’economia da primato come quella, adottiamolo anche noi evitando inutili bizantinismi all’italiana. La posta socio-economica in palio è troppo alta per sbagliare questa volta.
Max

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: