Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for luglio 2011

Read Full Post »

Rieccoci. E’ il 14 luglio: siamo di nuovo sulla copertina di The Economist.

  

Quale considerazione muove ancora l’illustre settimanale ad occuparsi di noi dopo un così breve intervallo di tempo (un mese, poco più)?
Una volta di più, non c’è ragione di sentirsi onorati per questo rinnovato interesse: stavolta sono i nostri conti che non vanno, quegli stessi conti che fino a pochi giorni or sono erano in perfetta tenuta e che, a detta dei luminari che guidano il Paese, ci facevano migliori degli altri.
Attenua, per fortuna (?) il giudizio dell’Economist su di noi la preoccupazione ben più allarmante del contagio a livello europeo che la crisi potrebbe causare. A ben leggere il servizio, infatti, si scopre che il nostro caso è solo l’occasione per gettare uno sguardo su Eurolandia nel suo insieme e sulla crisi della sua moneta unica.
Degne di nota ci sembrano le indicazioni del giornale sui tardivi e faticosi provvedimenti a salvaguardia dell’euro e delle economie che l’hanno adottato.

Riportiamo la nostra traduzione dell’ultimo paragrafo dell’editoriale – “On the edge” – che il periodico britannico illustra con l’immagine di un’Italia ciondolante sul bordo di uno strapiombo, con tanto di moneta da un euro sul testone.


Che fare, dunque? Questo giornale ha sostenuto a lungo che la politica di cavarsela in qualche modo deve essere sostituita da una strategia a largo respiro basata su tre fattori: riduzione del debito per i paesi insolventi, ricapitalizzazione delle banche in sofferenza da ristrutturazione, creazione di una barriera di difesa tra gli insolventi e il resto della comunità europea.
Il primo deve cominciare dalla Grecia, paese in evidente bancarotta. Comunque sia ristrutturato il suo debito, la Grecia finirà nell’insolvenza e pertanto dovranno essere rifinanziate le sue banche. I risultati degli esami di tenuta (stress tests) appena eseguiti mostrano in quale direzione e misura ciò vada fatto. Non è escluso che un indirizzo simile vada preso presto anche per Portogallo e Irlanda.
Il compito di creare una barriera di protezione (firewall) intorno al nucleo dei paesi solventi, Spagna e Italia compresi, va condiviso tra quelli a rischio e l’Eurozona nel suo complesso. Dopo una rapida approvazione della la manovra, l’Italia deve mettere mano urgentemente alle riforme strutturali in perenne ritardo. La sfida non è tanto quella di stringere la cinghia di un bilancio comunque improntato all’austerità, quanto quella di riprendere una decisa crescita economica. Nel breve la BCE può aiutare con acquisti massicci di obbligazioni italiane, […] ma alla lunga l’Eurozona dovrà dilatare il Fondo di Stabilità Finanziaria con l’emissione di Eurobonds da essa stessa garantiti.
Quest’ultimo è un passo di grande rilevanza politica, specie per la signora Merkel. La Germania ha sempre avversato ogni soluzione che prevedesse trasferimenti illimitati agli sconsiderati paesi meridionali, opinione questa fatta propria da altre economie del Nord Europa, non da ultimo per il motivo che tali garanzie potrebbero accrescere il costo del loro denaro. Una conseguenza senz’altro poco piacevole. Ma l’alternativa potrebbe essere la fine dell’euro. E’ questa la durissima lezione di questa settimana.

Read Full Post »

Guido Viale sul manifesto del 12 luglio

Tanto tuonò che piovve

Tanto tuonò che piovve. Messa a confronto con la potenza della finanza internazionale, la situazione dell’Italia si rivela ormai ben poco differente da quella della Grecia. Non importa che i cosiddetti «fondamentali» dell’economia siano differenti. La finanza internazionale ha ormai la forza e gli strumenti, se lo volesse, per mettere alle corde persino la Germania. È da mesi che gli economisti lo sanno (o lo temono). Ma non lo dicono, per scaramanzia. Al massimo lo accennano: ma solo per chiedere più lacrime (le loro: di coccodrillo) e più sangue (quello di chi non ne ha quasi più).

Il problema è che non sanno che altro dire.

Mario Draghi, per esempio, ha affermato che non ci sono precedenti di fallimento (default) di uno Stato da cui trarre insegnamenti. Intanto non è vero e, vista la posizione che andrà a occupare, sarebbe meglio che anche lui – e non solo lui – studiasse meglio il problema. Perché non c’è solo la Grecia, né solo gli Stati membri più deboli – i cosiddetti PIGS, a cui ora si è aggiunta anche l’Italia: PIIGS – a essere a rischio. Persino Obama teme il default: e non ha solo il problema, anche lui, dei tagli di bilancio: tra un po’ deve rinegoziare una fetta di debito e potrebbe non trovar più sottoscrittori disponibili come un tempo, poi deve confermare l’ultimo stock di moneta creata dal nulla: una cosa (che adesso si chiama quantitave easing) con cui gli Stati Uniti hanno dominato l’economia mondiale per sessant’anni, ma che non è detto gli riesca ancora. Neanche la Francia naviga in buone acque. E la Germania, locomotiva d’Europa, vive di export verso il resto del continente e verso la Cina. Ma se metà dei paesi membri dell’Ue sarà messa alle strette la bonanza tedesca potrebbe finire. E neanche la Cina va più tanto bene: scioperi, rivolte, aumenti salariali vertiginosi, inflazione, «bolle» finanziarie. Ben scavato vecchia talpa, direbbe Marx. Se sullo sfondo non ci fosse una crisi ambientale di dimensioni planetarie. Insomma: non c’è «aria di crisi». C’è un uragano in arrivo. Per mesi gli economisti hanno trattato Tremonti come un baluardo contro il default del paese: solo perché lui sostiene di esserlo. Ma è un ministro – il secondo della serie – che non si accorge nemmeno che la casa dove abita viene pagata, vendendo cariche pubbliche a suon di tangenti, da una persona con cui (e con la cui compagna) lui lavora da anni gomito a gomito. Affidereste a quest’uomo i vostri risparmi?

Qualcuno però ha trovato la soluzione: azzerare tutto il deficit pubblico subito. “Lacrime e sangue” ora e non tra due anni: così Perotti e Zingales su IlSole24ore di sabato scorso. Tagliare subito pensioni, sussidi alle imprese, costi della politica; e giù con le privatizzazioni. Che originalità! Segue un bell’elenco di “roba” – aziende e servizi pubblici – da vendere subito (per decenza non hanno citato anche l’acqua). Per le manovre “intelligenti”, aggiungono gli autori, non c’è tempo. Infatti la loro proposta non è una manovra intelligente. Intanto, in queste condizioni, vendere vuol dire svendere. E azzerare il deficit non è possibile, perché poi, anche se non si emettono nuovi titoli, bisognerà rinegoziare quelli in scadenza; i tassi li farà la finanza con le sue società di rating; e non saranno certo quelli di prima. Così il deficit si ricrea di continuo, in una rincorsa senza fine. Prima o dopo il default arriva. Naturalmente, per mettere alle corde pensionati, lavoratori e welfare, e svendere il paese, ci vuole il “consenso”, ci avvertono gli autori. Per loro il consenso è il “coinvolgimento dell’opposizione”. Forse ci sarà; ma non servirà a niente.

Perché il consenso è un’altra cosa: è il coinvolgimento delle donne e degli uomini che hanno animato l’ultima annata di resistenza nelle fabbriche, di mobilitazioni nelle piazze, di occupazione di scuole e università, di campagne referendarie, di elezioni amministrative, di processi molecolari per ricostruire una solidarietà distrutta dal liberismo e dal degrado politico, morale e culturale del paese. E’ il popolo degli indignados, che ormai, con i nomi e le proposte più diverse, ha invaso la scena anche in Italia: forse con una solidità persino maggiore, dovuta a una storia più lunga, che risale indietro nel tempo, fino al G8 di Genova; e forse anche a prima. Un popolo che quel consenso non lo darà mai.

Se per Perotti e Zingales il problema è “far presto”, per altri economisti continua invece a essere la crescita: non quella che permette di ricostituire redditi e occupazione strangolati; ma quella necessaria per ricostituire un “avanzo primario” nei conti pubblici, con cui azzerare il deficit e cominciare a ripagare il debito ai pescecani della finanza internazionale; ben nascosti dietro chi ha investito in Bot qualche migliaia di euro. Questi economisti li rappresenta tutti Paolo Guerrieri sull’Unità del 10.7: “Il paese è fragile – spiega – ma la ricetta per la crescita la conosciamo tutti”. E qual è? “Concorrenza, nuove infrastrutture (il Tav?), ricerca (di che?), liberalizzazione (forse voleva dire “privatizzazione”) dei servizi (anche dell’acqua?). Cose che sappiamo – aggiunge – ce l’hanno consigliate tutti”. Paolo Guerrieri ha appreso questa ricetta dall’economia mainstream e probabilmente continuerà a insegnarla ai suoi allievi per tutto il resto della sua vita. Pensa che per tornare alla crescita, che per lui è la “normalità”, basti premere un bottone; perché il disastro attuale è solo una sua momentanea interruzione: non si sa se dovuta agli “eccessi” della finanza o all’inettitudine di Berlusconi.

Ma le cose non stanno così. In un mondo al cappio, è la finanza internazionale che fa le “politiche economiche”. Quelle che vedete. Gli Stati non ne fanno più; o ne fanno solo più quel poco che la finanza gli permette di fare; a condizione di poter continuare a speculare e a mandare in malora il pianeta. Anche “la crescita”, ormai, le interessa solo fino a un certo punto; se non c’è, poco male: per lo meno finché restano pensioni, salari, welfare, servizi pubblici e beni comuni da saccheggiare. Non è la prima volta nella storia che questo succede. Anche Luigi XIV, il Re Sole, diceva: dopo di me, il diluvio.

Adesso sta a noi – a tutti gli “indignati” che non accettano questo stato di cose e questo futuro – ricostruire dal basso quello che Stati e Governi non sono più in grado di promuovere; e nemmeno di concepire. Cioè il progetto di una società, di un sistema produttivo e di modelli di consumo condivisi, più equi, più sobri, più efficienti, più onesti; ma soprattutto le strade da percorrere – itinerari mai tracciati – per realizzarli. E tutto in un mondo che sarà sempre più – e a breve – cosparso di macerie: sociali, ambientali e morali. Ma anche di reazioni furibonde e, verosimilmente, violente (basta pensare all’occupazione militare della Valle di Susa per imporre il “loro” modello di crescita; o a quella della Campania per imporre la “loro” gestione dei rifiuti). Non sarà una passeggiata per nessuno.

Un programma per realizzare quel progetto oggi non c’è; e non c’è il “soggetto” – per usare un’espressione ormai logora – per elaborarlo e portarlo avanti. Non a caso. Perché è un programma irrinunciabilmente plurale; che può nascere solo dal concorso di mille iniziative dal basso, se saranno in grado di tradursi in proposte che consentano un coordinamento e se avranno la capacità di imporsi con la forza della ragione e dei numeri. Ci aiuta il fatto che per ciascuno di noi l’agire locale è sempre orientato da un pensiero globale. L’opposto di quello che fanno i Governi e le forze che li sorreggono. Provocano disastri globali in nome di convenienze dettate da un meschino pensiero locale. La disfatta delle cosiddetta governance europea non è altro.

Tra i criteri ispiratori della nostra progettualità c’è innanzitutto un salto concettuale: nell’era industriale lo “sviluppo” economico è stato promosso e diretto dall’aumento della produttività del lavoro. Che è andata talmente avanti che oggi è praticamente impossibile misurare il valore di un bene con la quantità di lavoro che esso contiene, anche se ci sono ancora – e sono tanti – dinosauri come Marchionne che lasciano credere di poter battere la concorrenza tedesca o cinese rubando agli operai dieci minuti di pausa, qualche ora di straordinario, o qualche giorno di malattia. Tutto ciò è avvenuto a scapito dell’ambiente e delle sue risorse, saccheggiate come se non avessero mai fine. Da ora in poi, invece, si tratta di valorizzare le risorse ambientali e renderle sempre più produttive: con la condivisione, la sobrietà, l’efficienza, il riciclo, le fonti rinnovabili, la biodiversità (ecco un modo di distinguere la ricerca che vogliamo dalle vuote declamazioni in suo favore). Perché è dall’uso più accorto delle risorse che dipenderà anche la produttività del lavoro, che non può più essere misurata in giorni, ore, minuti e secondi; ma solo con il grado di cooperazione e condivisione che quell’uso saprà sviluppare.

(guidoviale@blogspot.com)

Read Full Post »

Mentre scrivo il FTSE MIB sembra quasi rimbalzare dopo una mattinata degli orrori: l’ennesimo crollo verticale (quasi -5%) era li a manifastare cupi presagi a metà tra i salvataggi greci e le pentole argentine. La finanza rappresenta solo l’equivalente economico di una crisi che è sopratutto politica: il paese è impantanato, l’avvitamento suicida sui destini dell’autocrate di arcore è oramai completo. Non serve nemmeno addentrarsi nelle ragioni fondanti della crisi tanto sono state sviscerate ed analizzate: sembra di muoversi nella sceneggiatura di un film dove il tempo passa, ma quanto ci circonda resta immobile. I problemi giudiziari di berlusconi e dei suoi sodali, il debito pubblico, il pil pigro, le critiche dell’intellighenzia… sempre tutto uguale, immutato, da anni! Come controprova vi suggerisco di leggere un editoriale a caso datato uno, due, o anche 10 anni fa: doveste optare per quelli di scalfari, troverete invariabilmente  il berlusconismo prossimo al tramonto e le richieste di politiche economiche focalizzate sulla crescita. Dall’altra parte un compassionevole belpietro che perde ore ed ore di sonno per inventarsi di volta in volta giustificazioni stilisticamente presentabili alle peggiori nefandezze del pdl.

In questa decadenza generale, un ruolo da protagonista bisogna assegnarlo, nostro malgrado, al pd: un partito coeso, con le idee chiare sul da farsi, con una leadership netta e condivisa, non avrebbe permesso il degrado cui assistiamo. Invece la situazione è profondamente diversa: su molte tematiche di rilevanza cruciale non esiste unità di visione, non si intravede un programma alternativo a Berlusconi ed i compagni di scuola (leggi d’alema e veltroni) continuano a bramare interviste mietendo danni e divisioni! Dal partito che dovrebbe guidare non solo il prossimo governo ma anche, in senso lato, la rinascita di una nazione dopo le secche provocate dal ventennio berlusconiano, il minimo che ci si possa aspettare in questi giorni di evidente difficoltà sarebbe una manovra alternativa da proporre in parlamento, dettagliata di voci di spesa da tagliare, riforme da avviare e saldi da raggiungere: numeri, numeri ed ancora numeri invece di vuote parole ripetute come semplici capezzoni di turno! Un piano studiato da teste pensanti, da economisti prima che da politici: un investimento per le future vittorie del pd oltre che per il futuro del paese. Il nostro segretario dovrebbe dirci con quale voce sostituire il taglio alle rivalutazioni delle pensioni, con quale coprire la misura sui depositi titoli e quali altri sacrifici, al netto di populismi da comizio, sarebbe giusto chiedere agli italiani! Soprattutto, il nostro segretario dovrebbe garantire la ferma coesione del partito su ogni proposta propagandata: il pd dovrebbe tornare (o meglio, cominciare!) a decidere i voti dei propri parlamentari, pensare ed agire come un soggetto unico, perché altrimenti ci si potrebbe chiamare gruppo misto invece di scomodare il glorioso partito dell’asinello! Il pd dovrebbe tornare (o meglio, cominciare!) a rimboccarsi le maniche, a lavorare, a studiare, perché la chiamata alle armi potrebbe essere potenzialmente prossima, ma se ci si deve ripresentare con la sufficienza ed il dilettantismo mostrati nel 2006 ed in tutti gli anni di opposizione, beh, forse meglio tenerci tremonti: almeno ci sarebbero risparmiate responsabilità forse ancora troppo pesanti!

given 81

Read Full Post »

Brutta sorpresa questa sera al party della Lega Nord trentina: i NAS, stando alle ultime notizie, hanno dovuto impedire la consumazione del piatto principale: niente salamelle, questa volta si trattava di un orso importato dalla Slovenia, e per una volta il batterio E.Coli non c’entra. Pare infatti che le carte concernenti l’importazione dell’ingombrante quanto mai insolita pietanza non fossero propriamente in regola. Piccata la dirigenza regionale del partito: “Quei carabinieri erano stati mandati da Roma”.

Nel frattempo, mentre i leghisti s’interrogano su possibili complotti che vedono coinvolti  greenpeace, i PM di Milano e qualche UFO (a Borghezio piacciono tanto), gli ambientalisti esultano per il mancato banchetto.

Un pò meno gioioso l’orso, che all’arrivo dei carabinieri era già stato rosolato.

Pigna

Read Full Post »

Pubblichiamo il comunicato di Laura Specchio (responsabile Lavoro e Professioni PD Lombardia), Ilaria Cova (responsabile Democratiche Lombarde) e Piera Landoni (responsabile Democratiche Area Metropolitana Milanese) sulla vicenda dei licenziamenti di genere in un’azienda lombarda.

Milano, 2 luglio 2011

La grave decisione assunta dai vertici della MA-VIB di Inzago di licenziare 13 lavoratrici con una evidente modalità di carattere discriminatorio ci costringe ancora una volta a rilevare come le conseguenze della crisi si abbattano, in misura ancora più drammatica, sulle donne.

Come spesso succede l’attenzione mediatica ha acceso i riflettori su uno dei numerosissimi casi che si verificano quotidianamente in Lombardia ed in particolar modo nell’Area Metropolitana Milanese.

Nel rispetto delle lavoratrici vogliamo fermamente evitare qualsiasi forma di strumentalizzazione nei loro confronti ed esprimere loro la nostra massima solidarietà ed il nostro sostegno a tutela dei loro diritti.

Abbiamo chiesto l’intervento di tutte le istituzioni ed una tempestiva risposta ci è arrivata dalle donne Democratiche del consiglio regionale (Sara Valmaggi e Arianna Cavicchioli) del consiglio provinciale (Diana De Marchi, Roberta Perego e Bruna Brembilla) e dalle parlamentari Marilena Adamo, Fiorenza Bassoli, Barbara Pollastrini e Emilia De Biasi. Hanno infatti presentato interrogazioni e richieste di audizione delle rappresentanze delle lavoratrici al governo e alle giunte regionale e provinciale.

Il primo appuntamento ci vedrà presenti, martedì 5 luglio in Consiglio regionale per valutare le risposte di Formigoni alle lavoratrici della MA-VIB.

In quell’occasione renderemo pubblico il nostro progetto “CAROVANA DONNE LAVORO” che percorrerà tutte le realtà di crisi del Milanese.

La pagina su Facebook delle dipendenti Ma-Vib 
Il commento sul sito del PD di Inzago

Read Full Post »

Dal sito Prossima fermata Italia


Il Modello Albinea

‘Condividere’ il cambiamento, ecco quello che dobbiamo fare.
La campagna elettorale verso le elezioni politiche è già iniziata. Noi ci incontreremo dal 22 al 24 luglio ad Albinea, in occasione del campeggio Ancora Oltre, per rendere questa campagna ancora più aperta e partecipata: oltre alle tende e ai sacchi a pelo, ci piacerebbe portare le migliori proposte e le idee più convincenti per lanciare la sfida ed entrare finalmente nella prossima Italia.
Per questo, vi chiediamo di immaginare la vostra campagna verso le elezioni, indicando gli argomenti, le proposte, gli strumenti, gli interlocutori necessari per vincere le elezioni.
“Cambiamo pagina”, dunque: una pagina per ciascuno per scrivere insieme il percorso verso le prossime elezioni.
Inviatela a Prossima Italia. Raccoglieremo le proposte e le discuteremo insieme, come sempre.
Questo è il momento.

L’altro è il Modello Macerata
Bersani: “Gli elettori di centro e sinistra si sono già mischiati”
Intervista di Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 5 giugno 2011

Segretario Bersani, cosa rappresenta per lei questo voto?
«Il segno di una riscossa civica, nel quadro di un problema sociale che si è fatto acuto e ha via via reso vulnerabili anche i ceti che finora si erano ritenuti al riparo dalle incertezze. È la prova che nell’incrocio tra questione democratica e questione sociale c`è l’evoluzione della crisi del Paese. Il rito personalistico e populistico si è mostrato inconcludente e menzognero di fronte ai problemi che prometteva di risolvere. Lo si vede più nettamente al Nord; cioè nel luogo più dinamico».Bersani, è sicuro che il Pd abbia vinto? Pisapia e de Magistris non erano i vostri candidati.
«In questo tam tam c`è la velina del terzismo: un colpo al cerchio e uno alla botte, se Atene piange Sparta non ride. Siamo l`unica democrazia al mondo in cui si ragiona così. In realtà, se uno perde ci dev`essere qualcuno che vince. I dati sono chiarissimi: su 29 vittorie, il Pd aveva 24 candidati; a Milano, su 28 consiglieri del centrosinistra il Pd ne ha 24. Non solo il nostro partito non ha pagato una presunta opzione radicale, ma elettoralmente ha spesso compensato i problemi degli alleati. Oggi siamo la forza centrale nella costruzione di un’alternativa. E cresciamo mettendoci al servizio di un centrosinistra che si apre a tutte quelle forze e a quelle opinioni che pensano di andare oltre Berlusconi su un terreno saldamente costituzionale. Gli elettorati di sinistra e centristi si sono già ampiamente mescolati nei ballottaggi».
Questo significa che continuate a cercare l`accordo con il terzo polo? Oppure la sinistra può fare da sé?
«La barca della politica deve avere più pescaggio. Magari viaggerebbe più lenta; ma è bene avere più pescaggio. C`è un`esigenza di ricostruzione. Il Paese ha davanti problemi seri; è tempo di affrontarli. Una democrazia che assuma un carattere costituzionale, una politica economica che prenda atto della realtà, la necessità di uscire dalla malattia del berlusconismo, sono obiettivi che ormai accomunano gli strati di opinione che si definiscono di centrosinistra con altri di centro o anche di centrodestra non berlusconiano».
Quindi avanti verso un`intesa più ampia possibile?
«Vedremo se la congiunzione avverrà tra elettori, o tra forze politiche. Il Pd intende ribadire questa prospettiva: un centrosinistra che non rifaccia l`Unione ma si vincoli a riforme visibili ed esigibili, proposte a tutte le forze politiche, cittadine, sociali che vogliono guardare oltre Berlusconi. Non esiste la possibilità di alzare steccati verso chi ha mostrato di voler discutere con noi. In nome di un’esigenza costituente, il centrosinistra non metta barriere e si rivolga in modo ampio. Tocca alle forze politiche prendersi responsabilità».
Ma alle Amministrative accordi con il terzo polo ne avete fatti pochini.
«Dove non sono venuti i partiti, sono venuti gli elettori. Dove l`accordo si è fatto, come a Macerata, nessuno ha pagato alcun prezzo».
L’allarme sociale è così grave secondo lei?
«Vedo che nel centrodestra si chiacchiera molto: Alfano, primarie. Non trovi mai una discussione che parta dai problemi. Eppure, dopo il referendum avremo di fronte scelte micidiali. Nelle carte che Tremonti ha già scritto, anche se forse Berlusconi forse non le ha lette, c`è scritto che dobbiamo arrivare al 2014 con una base di spesa pubblica di 40 miliardi in meno, forse anche 50. Io dico: è irrealistico. Non lo possiamo fare, se no andiamo in recessione sparati. Non si è voluto andare in Europa e dire: noi facciamo un pacchetto di riforme strutturali – fisco, lavoro, liberalizzazioni, pubblica amministrazione – e impostiamo tagli più graduali».
Ma voi sosterreste un governo di fine legislatura, con un premier diverso da Berlusconi, che impostasse queste riforme? «Il governo non è operativo da mesi e mesi. La coalizione che vinse il premio di maggioranza non esiste più. Il voto ha dimostrato che Berlusconi non ha più neppure la maggioranza nel Paese. Dovrebbe presentarsi dimissionario alla verifica che giustamente gli chiede il capo dello Stato, e rimettersi a lui. La nostra opinione è che a quel punto la strada maestra sarebbe il voto. Siamo pronti però a discutere un rapido passaggio che consentisse di andare a votare con una diversa legge elettorale, perché questa deforma l`assetto democratico. Purtroppo Berlusconi sembra insistere nella sua tecnica di sopravvivenza estenuata. E il distacco non solo tra governo e Paese ma anche tra istituzioni e Paese si accentua. Mi chiedo come la Lega possa accettarlo».
Lei ha lanciato segnali alla Lega, con formule tipo «partito di popolo a partito di popolo». Dove vuole arrivare? Potrete mai fare un pezzo di strada insieme?
«Noi siamo alternativi alla Lega. Ma le diciamo: il federalismo non finisce se finisce Berlusconi. A noi interessa, naturalmente dal punto di vista di un partito saldamente nazionale, come ci interessano temi che una volta Bossi indicava e ora sono finiti nel bosco: la sburocratizzazione, la trasparenza, la pulizia. Noi su questi temi ci siamo. Con un punto di vista diverso dal loro, ma ci siamo. Io ad esempio non ho mai detto che la Lega è razzista. Ho detto che, a forza di ripetere “ognuno a casa propria”, si finisce per assecondare pulsioni razziste. Ormai il calo del Pdl non porta buono alla Lega. La somma non è zero. Perdono tutt’e due. Se poi la Lega pensa di uscirne chiedendo più ministeri, diremo al Nord che ha legato il Carroccio dove voleva l`imperatore».
L’accordo con il terzo polo significa rinunciare alle primarie. E così?
«Non è questo il punto. Io ho chiara la sequenza, che esporrò nella direzione Pd di lunedì (domani; ndr): prima i problemi, e le riforme; il Pd presenta un progetto per l’Italia e ne discute con chi ci sta. A cominciare naturalmente dal centrosinistra; poi si decide il passo successivo. Le primarie le abbiamo inventate noi e restano sempre la strada preferita; ora vedo che ne parla anche il Pdl; ma primarie e Berlusconi sono un ossimoro. Non mettiamo però le primarie in testa. In testa mettiamo una decine di riforme da fare: democratiche e sociali. Se negli anni ’90 avevamo l`euro, oggi il grande obiettivo devono essere le nuove generazioni. Organizziamo ogni cosa intorno a questo, disturbandoci, pagando qualche il prezzo. Chi ha di più, dia di più».
Lei sa bene che l`Irpef non fotografa la ricchezza degli italiani ma dei lavoratori dipendenti. Finireste per colpire il ceto medio.
«Non è così. Noi vogliamo un’operazione seria, solida, in nome dei giovani. Alleggeriamo le imposte sul lavoro e sull’impresa che dà lavoro. Colpiamo l`evasione e le rendite immobiliari e finanziarie. Aggrediamo la precarietà: un`ora di lavoro stabile deve costare un po’ meno, un’ora di lavoro precario un po’ di più».
Casini invita a votare due no al referendum. Voi siete per il sì. Come la mettiamo?
«Intanto è importante l’impegno affinché si vada a votare. II quorum andrebbe calcolato in proporzione ai votanti delle ultime Politiche. Raggiungere il 5o% non è facile, ma possiamo farcela. Senza politicizzare il referendum, che sarebbe un errore».
La destra la accusa di aver cambiato idea sulla privatizzazione dell`acqua.
«Il referendum semplifica tutto: sì o no.
Noi siamo contro l`obbligo di privatizzare la gestione dell`acqua. Per quanto riguarda la questione della governance e degli investimenti, in Parlamento c`è una nostra proposta di legge. Se vince il sì, ripartiamo da quel testo».
Vendola nel ’98 votò per la caduta di Prodi. Oggi le pare un alleato affidabile? Anche sull’Afghanistan?
«Lo verifichiamo, prima del voto. Ci presenteremo agli italiani senza ambiguità. Quando dico che non vogliamo rifare l`Unione, intendo che dobbiamo costruire un profilo di governo, anche sulla politica estera. Non do nulla per scontato. Mi auguro che ognuno si prenda le sue responsabilità».
Prodi è salito con lei sul palco della vittoria, e già si parla del Quirinale..
«Mi ha fatto un grande piacere averlo al mio fianco. Vedo in lui il padre nobile della grande operazione che stiamo portando avanti: Prodi ha già un ruolo internazionale. E un uomo che ha una visione strategica, e abbiamo bisogno anche di quella. Più grande sarà la sua disponibilità, più grande sarà la mia disponibilità a impiegarlo in battaglia».

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: