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Archive for giugno 2011

Una serie di avvenimenti importanti per l’avvenire del Paese domina in questi giorni l’attenzione dei media e sconcerta non poco la gente comune.

Tra i più vistosi e variamente recensiti vale la pena di ricordarne alcuni.


I rifiuti a Napoli

Di chi la colpa dell’incredibile situazione nella quale è precipitata la città?
Come risolvere il problema dopo i tanti scaricabarile e annunci miracolistici miseramente falliti?
Come non vedere che l’accaduto ha ormai rilevanza nazionale e a che a quel livello va avviato a soluzione?

 

La riforma fiscale

Preme alle porte per la vulnerabilità del quadro economico-finanziario italiano, che ci tallona tutti da vicino.
Il manovratore è Tremonti, ma la sua prudenza non sembra condivisa da altri esponenti della maggioranza, che spingono invece verso un disperato recupero di voti attraverso una rischiosa riduzione fiscale.
Rialzo dell’IVA, aumento del prelievo sulle rendite, taglio drastico ai costi della politica, rimpasto di aliquote e detrazioni, patrimoniale, rilancio della caccia all’evasore sono tra le misure più discusse e variamente pesate della riforma.
Cosa ci riserverà alla fine questo governo?

 

La P4 di Bisignani

Cosa ha reso possibile che un individuo, fino a ieri sconosciuto ai più, divenisse uno strapotente faccendiere capace di condizionare le istituzioni democratiche ai suoi punti nodali?
Quali le misure da approntare affinché il caso non si ripeta, quali controlli mettere in campo per fermare l’infezione al suo nascere?

 

I travagli dell’opposizione

Il clima di risveglio politico improvviso scandito dall’esito delle due consultazioni popolari stravinte contro il governo in carica sembra ancora faticare a trovare una convincente traduzione nell’iniziativa dell’opposizione.
PD, Sel e IdV – obbligati compagni di viaggio – non hanno ancora né un programma, né un’organica coalizione né un leader comune
E’ troppo presto? Gli italiani non sono ancora pronti?
O sono i partiti del centro-sinistra a essere in ritardo rispetto al Paese reale?
E il terzo incomodo, il Polo di Centro, che fa? Sta ancora alla finestra? Fino a quando continuerà a scegliere di non scegliere?

 

Troppe domande?
O a ben vedere si tratta di un limitato campionario degli interrogativi che la gente, a ragione, oggi si pone sugli sbocchi che possono avere questi fatti nella vita di ognuno?

 
Qual è il vostro punto di vista?
Avete un’opinione su uno o più di questi temi?
Scrivetela nel box “Lascia un commento”. Poi selezionate il tasto “Guest”: inserite un indirizzo e-mail (che non sarà reso pubblico) e il  nome con cui intendete firmare il vostro intervento.

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Il 29 giugno alle ore 21,00, al circolo Aniasi si parla di decentramento amministrativo.

Daniela Benelli – assessore all’Area metropolitana, Decentramento e Municipalità, Servizi civici – e Fabio Arrigoni – presidente del Consiglio di zona 1 – presiedono un incontro fra i cittadini e i consiglieri comunali di zona e i consiglieri di zona 1.

Quali sono i poteri dei nove Consigli di zona milanesi?
Qual è l’autonomia di queste assemblee? Quali i loro rapporti con il Comune?
Questi organi sono utili alla cittadinanza? E la cittadinanza può, da parte sua, essere utile ai Consigli?
Cosa come quando cambierà – se cambierà – in questa materia dopo l’elezione del sindaco Giuliano Pisapia?

E quali sono le questioni urbane più urgenti?

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“Avanti popolo. Il PCI nella storia d’Italia”:
è libero l’ingresso alla mostra che – dopo le tappe di Roma, Livorno e Genova – arriva a Milano.

Dal 16 giugno al 10 luglio 2011, alla Triennale Bovisa di via Lambruschini 31, un’esposizione ricca di fonti documentarie e di percorsi narrativi – immagini, audiovisivi, manifesti, postazioni digitali, fumetti, opere grafiche – racconta settant’anni di storia del nostro Paese e, nella sede milanese, del PCI cittadino e lombardo.
Una storia che parte dalla Livorno del 21 gennaio 1921 e si conclude nella Rimini del 4 febbraio 1991.

Una fitta serie di incontri, presentazioni e convegni incornicia e arricchisce l’esposizione.

Dal sito della mostra:


La storia di un partito, ha scritto Gramsci nei Quaderni del carcere, è storia del suo paese «da un punto di vista monografico».

Questa mostra, quindi, racconta settant’anni di storia d’Italia documentando la parte ed il ruolo che vi ebbe il Pci dalla sua fondazione a Livorno il 21 gennaio 1921, sotto la guida di Bordiga, alla nascita del Partito democratico della sinistra, a Rimini, il 4 febbraio 1991.
Ma la storia del Novecento, scriveva ancora Gramsci, è «storia mondiale», e solo convenzionalmente si può scrivere la storia nazionale, a patto che se ne sappiano cogliere le relazioni con la storia internazionale.
La storia del Pci che qui si racconta è quindi storia dell’Italia nello scenario della storia internazionale del XX secolo.

La mostra è basata essenzialmente sul patrimonio archivistico e documentale della Fondazione Istituto Gramsci e della Fondazione Cespe, che sono depositarie degli archivi del Pci.
Si presentano perciò soprattutto materiali accumulati e conservati nel tempo dal partito stesso, che rappresentano una testimonianza della memoria da esso elaborata e trasmessa.
Si potrebbe dire che nella mostra il Pci viene raccontato attraverso se stesso e attraverso le tracce documentali che dirigenti, militanti e popolo hanno lasciato.
Sono inoltre esibiti materiali selezionati dall’archivio de l’Unità, dall’archivio del Crs, dall’archivio della Fondazione Di Vittorio, dall’archivio dell’Udi, dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio, dall’Istituto Luce, dagli archivi della Rai.

Il Pci nacque come «sezione italiana» dell’Internazionale comunista, creata tramite una scissione minoritaria del Partito socialista italiano.
La sua vicenda fu segnata dalla lunga clandestinità e dall’esilio dopo la fascistizzazione dello Stato italiano realizzata da Mussolini nel 1926, che ebbe tra le sue conseguenze la carcerazione di Gramsci.
Solo con la seconda guerra mondiale divenne un protagonista influente della vita politica italiana.
Gli scioperi del 1943 e del 1944, la «svolta di Salerno», la Resistenza e la guerra di liberazione cambiarono il rapporto fra le classi lavoratrici e la nazione italiana.

La Repubblica e la Costituzione furono conquiste decisive anche dei comunisti e, cambiando l’Italia, cambiarono anche il Pci.
«Partito nuovo» lo chiamò Togliatti nel 1944, con l’obiettivo di creare un partito di governo della nuova classe dirigente forgiata nella rivoluzione antifascista.
«I partiti sono la democrazia che si organizza, la democrazia che si afferma» diceva Togliatti alla Costituente, e il Pci divenne un partito di massa di dimensioni eccezionali, attrezzato sia per le battaglie parlamentari che per le mobilitazioni collettive.
Un partito che aveva l’ambizione di cambiare alcuni caratteri originari della nazione italiana: il dualismo Nord-Sud, l’arretratezza industriale, il carattere limitato della cittadinanza, le tradizioni culturali dell’Italia liberale e fascista, i rapporti fra intellettuali e popolo, governanti e governati, dirigenti e diretti.
La Costituzione divenne il suo programma.

Le lotte per la terra, per la pace, per il lavoro, l’emancipazione femminile, i diritti sociali, la difesa e lo sviluppo della democrazia furono il suo vessillo.
Nell’Italia repubblicana la storia del Pci diviene quindi parte essenziale non solo della storia politica, ma anche della storia sociale e culturale degli italiani.
Nello stesso tempo, il Pci fu parte integrante della storia del comunismo internazionale.
Il suo rapporto con l’Unione Sovietica configurò a lungo un “legame di ferro”.
Togliatti fu un dirigente del movimento comunista internazionale fin dagli anni Trenta e stabilì con Stalin una stretta relazione.
Nella spaccatura dell’Europa e della società italiana provocata dalla guerra fredda, il legame organico con il blocco sovietico continuò ad avere per il Pci un peso rilevante anche dopo la morte di Stalin e dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956.
Fu dal 1968 in avanti, dopo la repressione della “primavera di Praga”, su impulso di Longo e di Berlinguer, che il Pci divenne il più grande partito comunista d’Occidente e realizzò un progressivo distacco dal comunismo sovietico.

Con il «compromesso storico» e l’«eurocomunismo», il Pci di Berlinguer raggiunse il più alto livello di consenso nazionale e di risonanza internazionale della sua storia.
Sotto la direzione di Natta, si proclamò «parte integrante della sinistra europea».
Fu l’unico partito comunista occidentale a restare egemone nella sinistra del proprio paese fino al 1989.
Dopo la caduta del muro di Berlino, sotto la guida di Occhetto, nacque il Partito democratico della Sinistra, un partito dell’Internazionale socialista, fondatore del Partito del socialismo europeo.

 

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L’unico problema, fino a vent’anni fa, era decidere se si voleva fare l’avvocato o l’insegnante o il geologo. Se si sognava di diventare critico cinematografico o ingegnere. Il dilemma era se mettere una volta per tutte la X sulla casella “chimica” o “informatica” o “filologia classica”.

Il problema, fino a vent’anni or sono, era sottoscrivere in anticipo la cambiale sul proprio destino. Che avrebbe costituito – comunque – un progresso certo.

Era un tempo nel quale frequentare l’università era un privilegio e un onore, anche per noi che non avevamo i campus; che avevamo al massimo la biblioteca, qualche aula, il bar d’ateneo; e c’erano i professori (che dovevamo imparare a chiamare “docenti”, perché non si era più alle superiori, diamine!) e la mensa, e alla mensa mangiare non costava troppo, e alla mensa e all’università potevano arrivare tutti o quasi, tutti o quasi con la certezza e con la paura di un futuro di impiego e d’impegno.

Qualcosa è cambiato.

Il sito della Camera dei Deputati riporta una ricca documentazione sulla legge 240 del 30/12/2010 (“Norme in materia di organizzazione delle Università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario”).

Differenti opinioni:
Si parla finalmente di meritocrazia, di valutazione indipendente, di concorsi non più pilotati?
La normativa è lacunosa? Tutte le borse post-laurea (meno gli assegni di ricerca) sono abolite? I ricercatori rivendicano il riconoscimento dell’attività didattica, svolta quasi sempre al di fuori di ogni regolamentazione?
Rete 29 aprile
Conferenza dei Rettori delle università italiane
Partito Democratico
Francesco Giavazzi sul “Corriere della Sera”
Corrado Zunino su “La Repubblica”
Libero
Appello docenti e ricercatori delle università pubbliche italiane al Presidente della Repubblica per il ritiro del DDL Gelmini
L’opinione di Adriano Prosperi

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Il convegno sul futuro di Expo organizzato il 13 giugno a Palazzo Visconti da Affaritaliani.it è stato teatro di uno scontro fra Stefano Boeri – assessore alla cultura con delega all’Expo – e Giuseppe Sala – AD di Expo Milano 2015.
Per Boeri la delega su Expo è subordinata alla “discussione in corso, speriamo sia confermata entro mercoledì”. I terreni? “C’è da discuterne tenendo conto del dossier originario”.
Sala reagisce: “E’ sbagliato pensare che un cambio di giunta cambi la logica del nostro lavoro. Boeri sta dicendo che Pisapia sbaglia a venire con me a Parigi per l’acquisto dei terreni”.
La replica dell’architetto: “Non capisco questa reazione, se ne assumerà la responsabilità”.
Carlo Masseroli, ex assessore allo Sviluppo del territorio, “padre” del Pgt ora rieletto consigliere comunale, prima pesta sul tasto dell’ironia per sottolineare quanto le cose siano cambiate e con queste le persone (si veda la cravatta di Pierfrancesco Majorino, neoassessore al Welfare presente al dibattito, che da arancione si è fatta di colpo rossa – per la serie: maschera gettata, atto freudianamente mancato), glossa e si preoccupa: “Si è aperto un dibattito tra Pisapia e Boeri. Spero per loro che non si schiantino sul tema delle aree”.

Non è mancata la domanda del moderatore a Bruno Tabacci. Indovinate quale.

LINK AL VIDEO DEL CONVEGNO

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Le preferenze degli abitanti di Milano che hanno votato per i nove referendum – quattro nazionali e cinque cittadini.

I voti degli italiani che, in Patria e all’estero, hanno risposto ai quattro quesiti nazionali (a differenza di quanto riportato sul sito del ministero dell’Interno, i dati sono quelli definitivi).

Una sintetica rassegna stampa dal sito di Vita, periodico espressione delle maggiori organizzazioni italiane del terzo settore.

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Questo il titolo di copertina di The Economist dall’11 giugno nelle edicole di tutto il mondo e sulle scrivanie dei più importanti uomini politici, capi d’azienda, economisti e studiosi del pianeta.
Sorprende per la verità il tono fin troppo diretto della frase uscita dall’acuto ma compassato campione di giornalismo in lingua inglese, ma si spiega forse alla luce della copertina di dieci anni fa che dichiarava il Nostro “inadatto a governare l’Italia”: quasi un trionfo di anticipata inettitudine ora dimostrata dai fatti, si direbbe! Lo si arguisce da una ricca relazione sull’Italia berlusconiana di oggi svolta in 14 pagine di una doviziosa analisi con lente d’ingrandimento all’interno del giornale. Convinca o no l’epigrafe alla parabola berlusconiana dell’Economist, credo vada letta con attenzione da noi Italiani per la portata storica che ha e per i moniti d’indirizzo che contiene.

A invogliare una lettura, in continuità del lungo inserto, serva da spunto la libera resa in italiano di alcuni passaggi dell’introduzione:

“Ha un sacco di ragioni per ridere, Silvio Berlusconi. In 75 anni ha creato un impero dei media che l’ha fatto l’uomo più ricco d’Italia […] è il capo di governo più longevo dopo Mussolini, ha sconfitto ogni pronostico di caduta imminente. Eppure malgrado i suoi personali successi è stato un disastro come leader nazionale per tre diverse ragioni. La prima, quella dei suoi osceni festini che l’hanno costretto in tribunale per relazione con minorenni infangando così non solo se stesso ma pure il suo Paese […]. La seconda, i suoi pasticci finanziari che l’han visto imputato di frode, falso in bilancio, corruzione con sentenze scampate per intrighi procedurali o scadenza dei termini grazie anche a leggi cambiate in suo favore […]. Peggio di tutte la terza, tuttavia: la sua totale noncuranza per le condizioni economiche del suo Paese in ben nove anni di governo, una pessima eredità per chi verrà dopo di lui. […] I conti in ordine non ingannino: l’Italia soffre di una endemica malattia che la fa crescer meno quando gli altri crescono, calare di più quando gli altri calano. Negli ultimi dieci anni soltanto Zimbabwe ed Haiti hanno registrato una crescita percentuale minore, lo stesso PIL pro capite è di fatto diminuito. Da ultimo il debito pubblico ancora fermo al 120% del PIL è il terzo più alto del mondo [segue elenco di indicatori negativi per noi, NdT]. Il governatore Draghi nelle sue considerazioni di commiato ha lucidamente richiamato queste inadeguatezze: la produttività stagnante, il sistema giudiziario civile in perenne ritardo, le scadenti università, le mancate liberalizzazioni pubbliche e private, il mercato del lavoro a doppio binario, troppo poche grandi aziende. Da qui la qualità della vita in progressivo deterioramento che culmina nell’abbandono dei giovani migliori per altri lidi lasciando il potere in mano ad una classe dirigente anziana e distante dai problemi [segue scarno elenco di riforme ben fatte come legge Biagi e pensioni, a riprova della fattibilità di un cambiamento, NdT]. Avrebbe potuto fare enormemente di più, grazie al suo potere e alla sua popolarità, se i suoi interessi personali non fossero stati la sua esclusiva priorità […]. Grecia, Portogallo e Spagna stanno oggi correndo ai ripari: la cura sarà dolorosa ma porrà le basi per la loro ripresa. Se l’Italia continua invece nel suo torpore politico senza riforme potrebbe, col suo debito stratosferico, trovarsi presto a fanalino di coda dell’euro. Il colpevole? Il signor Berlusconi che, ci potete scommettere, continuerà a sorridere imperterrito!”

I LINK AI CONTENUTI SUL SITO DI THE ECONOMIST
http://www.economist.com/node/18805327
http://www.economist.com/node/18780831

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