Ha sollevato clamore l’eventualità che il governo intenda abolire il valore legale del titolo di studio.
Nel testo approvato il 27 gennaio dal Consiglio dei ministri non ce n’è però traccia. C’è invece una norma che renderà possibile partecipare a tutti i concorsi pubblici indipendentemente dal voto di laurea.
La gran parte di studenti e docenti è contraria all’abolizione del valore legale dei titoli: se passasse la proposta del governo – sostengono – non si creerebbe maggior competizione tra gli atenei (e quindi una formazione più qualificata per gli studenti), ma si verrebbe a creare una classifica discriminatoria degli istituti, che comporterebbe di conseguenza un più difficile accesso al mondo del lavoro da parte di coloro che – soprattutto per motivi economici – non hanno modo di entrare nelle università ritenute più prestigiose. Il che porterebbe a un circolo vizioso: università per studenti meno abbienti uguale università di seconda o terza classe, università di seconda o terza classe per gli studenti che non possono permettersi le università più titolate.
Buffo: il provvedimento ventilato ha suscitato più reazioni di quello approvato.
Il punteggio dato dal voto di laurea finora è stato, a parità di voti ottenuti nelle prove teoriche e scritte o pratiche, un elemento discriminante. Alcuni concorsi erano interdetti a chi non aveva almeno un 100/110 nel proprio curriculum.
Non è questo un modo – un altro modo – di affermare che il risultato negli studi non conta nulla? Che impegnarsi non conta granché? Che – in definitiva – l’università, la scuola, l’educazione finora riconosciuta dallo Stato è poco più che carta straccia?
Forse no. Forse.
barbara biagini
